Un mese di attacchi israeliani nel sud del paese, e nei sobborghi a maggioranza sciita di Beirut, hanno già causato quasi 1.400 morti, più di 4 mila feriti e quasi un milione e 300 mila sfollati, fra cittadini libanesi, siriani e palestinesi. I dati diffusi dal Ministero della Salute, aggiornati al 3 aprile, sono già stati superati dagli eventi delle ore successive, con le nuove vittime dei raid di Pasqua nell’area di Jnah, a sud della capitale, e nei distretti di Tiro e Nabatieh, come accade ormai tutti i giorni.
“Sono stanca di dover scappare – racconta Nadja, 60 anni, che oggi vive da sfollata nei locali della facoltà di Informazione e Media dell’Università libanese di Beirut, momentaneamente trasformata in rifugio – l’anno scorso è successa la stessa cosa, poi siamo tornati a casa e un mese fa è arrivato di nuovo l’ordine di evacuazione.”
La donna è partita insieme alla figlia da un villaggio della municipalità di Nabatieh, e ha trovato un posto letto in uno degli spazi di accoglienza governativi messi a disposizione di chi è stato costretto a fuggire. “Le condizioni non sono delle migliori – spiega – anche perché questi spazi sono nati per fare lezione e non per vivere, immaginatevi cosa significhi dividere un bagno in 200, 300 persone.”
Gli ambulatori di Amel
Al piano terra dell’edificio, opera l’associazione Amel, nata nel 1979 in risposta alla guerra civile libanese, e che da allora ha mantenuto un carattere a-partitico: qui i suoi operatori sanitari hanno creato una sorta di ambulatorio dove le persone sfollate possono registrarsi e ricevere assistenza medica per patologie croniche, urgenze, ma anche assistenza alla gravidanza e alla prima infanzia. Nel cortile del palazzo di fronte, l’ex facoltà di pedagogia, altri professionisti e volontari hanno creato uno spazio di gioco per i bambini, che oggi non vanno più a scuola e trascorrono le giornate nei dormitori. Ai piani alti, anche da questa parte, si dorme nelle aule, e si aspetta di capire che cosa succederà nei prossimi giorni.
“Prima che medici, infermieri, insegnanti siamo anche noi sfollati – racconta Farah, farmacista che fino a un mese fa viveva a Dahiyeh, periferia sud di Beirut a maggioranza sciita che ospita anche lo storico campo palestinese di Burj el Barajneh, che da solo faceva circa 20 mila abitanti – siamo stati costretti ad andare via, e allora abbiamo deciso di spostare anche il nostro lavoro dove c’era bisogno, ossia vicino alle persone che scappavano. L’unica cosa che possiamo fare è continuare ad aiutare chi ha bisogno, e in qualche modo restituire anche a noi stessi un po’ di normalità.”
Rifugi di emergenza
Oltre alle due facoltà universitarie, il governo libanese e la municipalità di Beirut hanno aperto agli sfollati lo stadio e diverse scuole primarie e secondarie, come Ras Al Nabaa, Jaber Al Ahmad al Sabah, Al Mustaqbal School, President René Moawad Secondary School, King Saud school e molte altre, in diverse aree della città. Altri rifugi si trovano nella regione del Monte Libano e nel sud, fra i distretti di Saida, Jezzine e Tiro, oltre che nel governatorato di Nabatieh.
Oltre 600 in tutto il paese, eppure non bastano per tutti. I primi giorni dell’esodo, agli inizi di marzo, in molti hanno cercato di trovare degli appartamenti in affitto, soprattutto nella capitale, ma nel giro di una settimana i prezzi sono diventati impossibili. Per un appartamento da due, tre locali si è passato da una richiesta mensile di circa 700 dollari a oltre 2mila, e oggi si fatica a trovare persino una casa vuota per quel prezzo. La maggior parte dei libanesi del sud, o della periferia meno abbiente della città, lontana dai quartieri centrali di Hamra e Achrafieh, non può permettersi cifre del genere.
Molti di loro avevano un’attività in proprio che hanno dovuto abbandonare in poche ore, oppure coltivavano la terra, o lavoravano per altre aziende o negozi che hanno chiuso, o magari avevano persino un posto fisso ma, come nel caso degli insegnanti, oggi percepiscono solo la metà del loro stipendio.

Crisi economica e crisi umanitaria
Una crisi umanitaria senza precedenti dove il 20% dell’intera popolazione, che conta poco più di cinque milioni di abitanti, è oggi fuori dalla propria casa e dalla propria città, e si è concentrata nel nord, e principalmente nella capitale, in un paese che già prima di questa e della precedente escalation militare del 2024, soffriva una crisi economica senza precedenti, con un’inflazione all’85% e una svalutazione della Lira del 98%.
Dove i fondi non bastano nemmeno a garantire i pasti per tutti, almeno due al giorno, si sono moltiplicate le iniziative private, anche grazie alla rete e alle pagine di volontari, associazioni, sfollati, che in prima persona hanno deciso di aprire raccolte fondi e dare una mano. Anche le moschee e le chiese, oltre che gli spazi privati, sono diventati dormitori d’emergenza.
L’emigrazione impossibile
“Pensare di lasciare il paese non è un’opzione – spiega Ali, che per anni ha collaborato con organizzazioni internazionali e oggi lavora come interprete – non esistono corridoi umanitari ufficiali e avere un visto è praticamente impossibile, tantomeno oggi in tempo di guerra. In ogni caso, per tentare un viaggio verso l’Europa, o la Georgia, ad esempio, dove non avremmo bisogno di visto, servono tanti soldi e nessuno li ha. I nostri stessi confini ci penalizzano: a sud c’è Israele, che è proprio la causa del conflitto, quindi di sicuro non un paese di accoglienza, a est e a nord la Siria, ma con il nuovo governo le procedure sono cambiate, e soprattutto per noi sciiti del sud non è facile come una volta attraversare il confine.”
Coloro che invece hanno attraversato quel confine sono circa 200 mila rifugiati siriani in Libano che hanno deciso di tornare a casa, per non affrontare l’ennesimo conflitto. Chi poteva rientrare lo ha fatto nei primi giorni di marzo, poi il flusso si è ridotto, finché il 4 aprile uno dei passaggi di frontiera più trafficato, quello di Al Masnaa, il più veloce per chi deve arrivare a Damasco, non è stato etichettato dagli israeliani come target perché presunto corridoio di transito di Hezbollah. Sono bastate poche ore dall’ordine di evacuazione perché quel luogo si svuotasse: un ulteriore impedimento per chi volesse ancora tornare in Siria.
Sopravvivere per strada
Coloro che non trovano un alloggio in affitto e nemmeno un sacco a pelo in una scuola, un luogo di culto, un’associazione culturale, finiscono per strada con una tenda. Sul lungomare di Beirut, nella zona che fino a qualche tempo fa ospitava la movida, sono nati diversi accampamenti spontanei dove intere famiglie sopravvivono alle piogge torrenziali come quelle delle ultime settimane e fra poco dovranno affrontare le altissime temperature e l’umidità dell’estate. Senza servizi igienici né alcun tipo di assistenza, perché qui non arriva nessuno.
Alexis è un’eccezione. Cittadina americana da 13 anni in Libano, fa parte dell’Adventist learning centre, che da anni si occupa dell’istruzione dei bimbi rifugiati, siriani, palestinesi ma anche pachistani, filippini, somali. Da quando è iniziata questa guerra, dopo le lezioni, viene qui fra le tende con le scorte di cibo che riesce a procurarsi grazie alle donazioni di privati, soprattutto dall’estero, e distribuisce quello che ha alle famiglie più bisognose.
“Purtroppo siamo una goccia nel mare – spiega – quello che riusciamo a fare è insufficiente rispetto ai bisogni di queste persone, ma cerchiamo di individuare le persone più isolate, con problemi particolari, come Ahmed, che ha una bambina con una malattia della pelle, o Zahra, che ha cinque figli, fra cui due gemellini nati un mese prima del conflitto. Il marito è un militare dell’Esercito libanese, che tutte le sere torna a dormire in tenda, perché vivevano al sud ma restare lì è diventato troppo pericoloso.”
Curdi e siriani, la discriminazione nell’emergenza
Dall’altro lato della strada vive Janat, che mentre pettina i lunghi capelli alla sua bambina racconta di essere fuggita dalla Siria nel 2012, quando la guerra civile era iniziata da poco, dopo che il marito fu sequestrato e picchiato. “Fino ai primi di marzo vivevo a Dahiyeh, dove ormai ci eravamo costruiti una vita – ricorda – niente di speciale, ma non ci mancava nulla. Ora non abbiamo neanche l’acqua, e quando devo lavare i miei figli devo usare quella del mare. Tornare in Siria? Non ci ho pensato nemmeno per un attimo, non saprei più dove andare.”
Fra le tende degli ultimi operano anche i pastori della chiesa curda, che organizzano dei pomeriggi di gioco per i bambini. Fra loro c’è Ali, curdo siriano di Qamshili, che di giorno si dedica alle attività con i più piccoli e di sera rientra nella sua tenda blu. “Quella degli stranieri è un’emergenza nell’emergenza – spiega – perché non di rado siamo vittime di razzismo anche da parte delle organizzazioni umanitarie; se devono scegliere preferiscono aiutare i libanesi. Per noi curdi non è una novità, ma non posso tornare a casa, la mia regione sta vivendo una grande instabilità in questo momento, e sarebbe un azzardo lasciare il Libano. Nonostante tutto, è la terra che mi ha dato una seconda opportunità.”
Le foto di copertina e nell’articolo di Ilaria Romano.









