Campi che si trasformano in polvere, villaggi inghiottiti dal fango, isole che scompaiono con l’avanzare del mare. La crisi climatica non è solo una questione ambientale. L’esodo di milioni di persone si muove sulla sua spinta. Cresce più in fretta delle parole per riconoscerlo e del diritto per governarlo. Eppure resta per lo più invisibile.
L’Internal Displacement Monitoring Centre – riferimento globale per i dati sui movimenti forzati interni – ha contato poco meno di 265 milioni di sfollamenti scatenati da cataclismi nell’ultimo decennio. Significa 70mila persone in fuga ogni giorno. Pressappoco cinquanta al minuto.
Gli Stati Uniti, le Filippine e la Cina travolti da cicloni e tempeste. Il Brasile, come il Bangladesh, il Ciad o il Kazakistan, sommersi dalle inondazioni. Il Corno d’Africa affamato dalle siccità. In quasi 46 milioni hanno dovuto abbandonare case e vite, braccati dai disastri naturali che hanno investito 163 tra paesi e territori sparsi su questo nostro mondo, solo nel 2024.
Mai così tanti dal primo monitoraggio nel 2008, il doppio della media registrata nei quindici anni passati. Al 31 dicembre erano ancora almeno 9,8 milioni gli sfollati climatici. Un record pure questo, segnato nell’anno più bollente della storia. Senza contare tutti coloro che hanno scavalcato i confini, nel contesto di migrazioni sempre più multicausali.
Niente di meno all’orizzonte.
La violenza del clima si salda ogni anno più forte a quella delle armi. Si abbatte in modo sproporzionato sulle comunità più fragili del Pianeta – che poi sono anche quelle che meno hanno contribuito a generarla e poco o nulla ricevono dei finanziamenti globali per l’adattamento climatico. Moltiplica minacce, aggrava vulnerabilità.
Negli ultimi tre lustri è triplicata la lista dei paesi che hanno visto sommarsi e alimentarsi a vicenda sradicamenti provocati da entrambe le crisi, ormai permanenti e sovrapposte. Nel 2024, lo straziato Yemen ha conosciuto il più alto numero di movimenti forzati interni causati da eventi meteorologici estremi mai documentato nel Paese, mentre l’Afghanistan riconfermava il primato mondiale per la più ampia popolazione di sfollati interni da catastrofi climatiche.
I bisogni umanitari esplodono. I sistemi di accoglienza crollano: meno di dieci litri d’acqua al giorno devono oggi bastare ai sudanesi accampati nel Ciad inondato, ben al di sotto degli standard minimi di sopravvivenza.
Il secondo report No Escape di UNHCR restituisce un quadro inequivocabile. Un terzo di tutte le emergenze dichiarate dall’Agenzia nel 2024 era dovuto agli impatti degli shock climatici su popolazioni già sfollate da conflitti. A giugno 2025, tre quarti dei 117 milioni di sfollati da guerre, violenze e persecuzioni abitavano territori esposti a rischi climatici classificati come elevati o estremi.
Nei prossimi anni quasi tutti i campi profughi sulla Terra affronteranno un aumento eccezionale delle temperature. Per il 2050, quelli più caldi – tra Mali, Etiopia, Gambia, Eritrea e Senegal – potrebbero dover sopportare fino a 200 giorni l’anno di stress termico pericoloso per la salute e l’esistenza stessa dei milioni di uomini, donne e bambini costretti ad affollarli: molti sembrano destinati a diventare inabitabili.
Entro il 2040, potrebbero essere sessantacinque i paesi a estremo rischio climatico, la metà dilaniati da guerre e instabilità. Oggi sono tre. La rotta è chiara.
Ebbene, di fronte a tanto, chi è costretto a spostarsi per il clima resta ancora intrappolato in una zona grigia, tra le maglie del diritto internazionale. Senza status. Senza protezione. Persino senza nome.
Sono migranti? Sfollati? Forse. Rifugiati? Ma il “rifugiato climatico” giuridicamente non esiste. Le calamità naturali non sono contemplate dalla Convenzione di Ginevra. La furia del clima, da sola, non basta. Decine di termini coniati, nessuno universalmente accettato. Ed è tutto fuor che un dettaglio. Non a caso è in stallo ogni discussione sulla definizione di un qualche meccanismo giuridico vincolante a tutela di queste persone.
Benché diverse iniziative internazionali – il Global Compact for Migration, primo fra tutti – mettano nero su bianco il nesso tra cambiamenti climatici e mobilità umana e indirizzino gli Stati allo sviluppo di adeguate misure di protezione, non un obbligo ne è sorto. Anche perché le molte proposte avanzate negli anni – un trattato internazionale specifico da affiancare, ad esempio, alla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, piuttosto che la combinazione di strumenti diversi in base al tipo e alla gravità del disastro in corso – non hanno mai trovato la convergenza necessaria.
Se alcuni tribunali nazionali accordano, in casi limitati, forme di protezione umanitaria e appena una manciata di governi offre tutele specifiche, per la stragrande maggioranza delle vittime del clima una risposta non c’è.
La prima linea della sfida climatica oggi corre nel Pacifico sud-occidentale, dove l’Organizzazione meteorologica mondiale stima almeno 50mila abitanti ogni anno a rischio di sfollamento per gli impatti climatici.
Nel 2024, il riscaldamento degli oceani ha raggiunto picchi mai visti nell’area: i danni agli ecosistemi e alle economie marine sono già profondissimi e l’innalzamento del livello del mare è ormai una minaccia esistenziale per intere nazioni insulari, pronte ad annegare prima della fine del secolo.
Il punto non è se accadrà, ma se il diritto e la politica riusciranno a tenere il passo.
Dall’arcipelago di Kiribati fino al Comitato Onu per i diritti umani, il caso di Ioane Teitiota – richiedente asilo respinto dalla Nuova Zelanda – segna un precedente senza eguali. Nel 2020, il Comitato ha chiarito che rimandare una persona in territori gravemente colpiti dal cambiamento climatico può costituire una violazione del suo diritto alla vita, richiamando gli Stati al principio di non respingimento. E non è tutto. La prospettiva che gli atolli finiscano inghiottiti dal Pacifico è così grave da rendere le condizioni di sopravvivenza “incompatibili con il diritto a una vita dignitosa anche prima che il disastro si verifichi”.
A Tuvalu, il microstato polinesiano che affonda al largo dell’Australia, la situazione è tanto disperata che lo scorso anno circa un terzo della popolazione ha chiesto a Canberra di accedere al primo programma di migrazione climatica al mondo. A consentirlo è il Trattato dell’Unione Falepili, storico accordo bilaterale siglato nel 2023, che apre un canale di ingresso dedicato e strutturato ai cittadini tuvaluani in quanto collettivo sociale in pericolo. Non un nuovo diritto, ma un adattamento pragmatico: una risposta politica (non certo priva di criticità) a un fenomeno che i codici ancora non sanno nominare.
L’Europa, dal canto suo, non fa che rafforzare frontiere e rimpatri mentre l’asilo si restringe e il clima rimane fuori dall’agenda tra Paesi “sicuri” e procedure accelerate. Il mondo si allaga e si muove, l’Unione arranca. E anche chi scappa dal fango, dal mare o dalla fame resta, una volta di più, invisibile.
Immagine di copertina: Foto di Mike Erskine su Unsplash









