Da anni, esperti ed esperte, Centri di ricerca che si occupano di immigrazione e lavoro, denunciano un quadro che risulta essere perennemente immutabile per i lavoratori e le lavoratrici straniere che si trovano in Italia o che tentano di arrivarci per motivi di lavoro. A subire una serie di discriminazioni sistemiche – inerenti soprattutto al diritto alla libertà di movimento e all’ottenimento dei documenti – sono perlopiù le persone provenienti dai paesi del cosiddetto “sud globale”. Se da un lato gli stessi governi europei, tra cui l’Italia, sostengono che ci sia una carenza di manodopera e che quindi i lavoratori e le lavoratrici migranti siano “necessari all’economia”, dall’altro il macchinoso sistema burocratico impedisce a quegli stessi lavoratori e lavoratrici non solo di entrare, ma, anche una volta entrati, di non veder tutelati i diritti fondamentali.
Prima di addentrarci nei dati, sempre più preoccupanti, relativi all’andamento dei provvedimenti di governo in merito, è importante fare una premessa: il Decreto Flussi è sostanzialmente il principale canale legale per poter entrare in Italia per motivi di lavoro. Il Governo, annualmente, stabilisce le quote di ingresso per i lavoratori e le lavoratrici straniere (extra-UE), in un contesto basato sulla chiamata nominativa a distanza. Si tratta di un sistema che, per via della restrittiva legge Bossi-Fini (2002), con la quale è stato eliminato il visto per ricerca occupazione ed imposto uno stretto legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, presuppone che il datore di lavoro abbia una conoscenza diretta con la persona straniera interessata, nonostante quest’ultima debba comunque trovarsi all’estero. Infatti, come spiegato da esperti ed esperte di immigrazione, nel volume Ius Migrandi: 30 anni di politiche e legislazione sull’immigrazione in Italia (2020) «[…] l’aspirante lavoratore straniero da un lato è tenuto a munirsi di un titolo che ne legittimi il soggiorno nel territorio dello Stato per motivi di lavoro, e dall’altro deve essere autorizzato a lavorare da parte dello Sportello unico per l’immigrazione». Secondo quanto stabilito dal Testo Unico Immigrazione, lavoratrici e lavoratori di paesi terzi per lavorare in Italia devono quindi prima essere individuati da aziende e famiglie dall’estero e fatte entrare nell’ambito delle quote d’ingresso che vengono stabilite di anno in anno con il decreto flussi e nei limiti previsti dal documento di programmazione triennale. La richiesta di assunzione può essere presentata da datori e datrici di lavoro solo dopo la pubblicazione di un decreto annuale in cui vengono annunciate anche le date del cosiddetto click day (giorno in cui è possibile presentare la domanda). In seguito, in linea teorica, dovrebbe quindi essere rilasciato sia il nulla osta che il visto di ingresso per la persona straniera che intende lavorare in Italia. Tuttavia, la realtà dei fatti è ben diversa rispetto a quanto scritto sulla carta.
La campagna Ero Straniero, infatti, nel suo IV Rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro in Italia, descrive come le persone straniere che entrerebbero in Italia attraverso il sistema del Decreto Flussi continuino a rimanere nel limbo dell’irregolarità. Innanzitutto, si legge nel rapporto, “a quasi due anni dai click day del 2024, a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno”. E ancora: “Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%, e cioè circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025”. Da questi dati emerge innanzitutto l’unico canale legale che permette di entrare in Italia per motivi di lavoro, di fatto, rappresenta un ostacolo per chi tenta di intraprenderlo. Ciò dimostra che lo status di “irregolari” non dipende tanto da una condizione personale o, per assurdo, “voluta”, dai potenziali lavoratori o dalle potenziali lavoratrici straniere, ma da una “irregolarizzazione” sistematica che parte dalle maglie della burocrazia italiana. A supportare questa tesi, il rapporto, sulle persone entrate in Italia attraverso nulla osta e visto, senza poi riuscire a stipulare il contratto di assunzione e quindi ottenere il permesso di soggiorno, evidenzia che: “[…] per i flussi 2024 si può stimare che siano effettivamente arrivate circa 26.700 persone, pari appena a poco più del 18% della forza lavoro programmata: di queste il 7% vive il concreto rischio di scivolare nell’irregolarità. Quanto al 2025, delle 26.000 persone che hanno fatto ingresso in Italia- a dicembre scorso – risultavano a rischio irregolarità 11.686 persone, circa la metà”. Ad aggravare la situazione delle persone che arrivano legalmente in Italia salvo poi non ottenere alcun titolo per rimanerci, è il fatto che spesso sono vittime di truffe e comportamenti illegittimi da parte di presunti datori di lavoro o aziende fittizie. Una volta arrivate in Italia, queste persone non hanno più notizie degli intermediari che fingevano di agevolare le procedure.
Nel rapporto sono state raccolte diverse testimonianze sul danno e la beffa subiti da coloro che sarebbero dovuti essere lavoratori con i diritti riconosciuti. Advan, lavoratore indiano di 35 anni, racconta di come nonostante avesse ottenuto il visto (e dopo aver speso complessivamente 15 mila euro tra visto e procedure) sia stato completamente abbandonato dagli intermediari: “Ho scoperto anche che non esiste un obbligo di assunzione da parte del datore, anche se è lui ad aver chiamato il lavoratore. Avendo denunciato il caso e collaborato alle indagini, ho ottenuto un permesso per casi speciali come vittima di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo”, ha aggiunto. Un altro caso simile è quello di Karim, lavoratore algerino di 29 anni. Anche lui si era affidato a un’agenzia di intermediazione, ma una volta presentatosi alla Prefettura, era assente anche il datore di lavoro che di fatto risultava irreperibile. “Non ero a conoscenza del fatto che per stipulare il contratto di soggiorno in Prefettura fosse necessario il datore di lavoro che mi aveva chiamato in Italia. Alla fine, il nulla osta è stato revocato e oggi mi trovo in una condizione di irregolarità sul territorio italiano e ho perso il mio impiego”, spiega Karim.
Nonostante l’inefficacia e il totale fallimento di un sistema simile, è utile ricordare che ad oggi, i lavoratori e le lavoratrici straniere presenti in Italia contribuiscono più di quanto ricevono (tra diritti civili e sociali negati e discriminazioni sistemiche). Infatti, “la popolazione straniera ha garantito un contributo fiscale netto alle finanze pubbliche stimato per il 2023 in 4,6 miliardi di euro, frutto della differenza tra quanto l’Italia ha speso per l’immigrazione (34,5 miliardi di euro) e quanto l’erario ha incassato dagli immigrati (39,1 miliardi)”, come è stato evidenziato nell’ultimo rapporto IDOS 2025.
Il sistema che gestisce l’ingresso per lavoro in Italia è strutturato in maniera tale da escludere e marginalizzare le persone. Ricordiamo, inoltre, che non avere i documenti è una condizione di tipo amministrativo e non un reato. Più che continuare a parlare semplicemente di “migranti irregolari”, quindi, – terminologia che inevitabilmente criminalizza oltre che imputare la colpa di essere persone prive di documenti unicamente a queste ultime – è necessario iniziare a parlare di persone migranti “irregolarizzate” da un sistema iniquo e disumanizzante.









