1. Nuovo anno, stesse politiche di deterrenza
Il 2026 sarà caratterizzato da un’ulteriore stretta sui diritti fondamentali delle persone migranti.
“Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, approvato definitivamente dal Parlamento europeo nell’aprile 2024 e destinato a produrre effetti a partire da giugno 2026, costituisce la riforma più organica mai prodotta in relazione al sistema comune d’asilo. I nove regolamenti che lo compongono, insieme alla direttiva sull’accoglienza, delineano un impianto coerente e profondamente inquietante […]. Sul piano sostanziale, tra i molti altri profili, il Patto definisce la frontiera come dispositivo centrale nel governo della mobilità: non più soltanto un luogo geografico, ma una condizione giuridica nella quale concentrare procedure e poteri”, scrive Francesco Ferri, advisor di ActionAid, su Melting Pot Europa.
E ancora: “Il 2026 sarà segnato da una profonda metamorfosi delle politiche migratorie europee. Le trasformazioni normative in atto incideranno sulle condizioni materiali e giuridiche delle persone in movimento e sulle forme di governo delle migrazioni. La traiettoria istituzionale è orientata al contenimento e all’esternalizzazione: è dentro e contro questo processo che si apre lo spazio dell’intervento politico”.
2. La baraccopoli di San Ferdinando in Calabria, simbolo di precarietà abitativa per i lavoratori stagionali migranti
In mancanza di altre opzioni, molti lavoratori migranti stagionali nel sud Italia sono costretti ad alloggiare nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria. Un esempio lampante del persistente problema di precarietà abitativa tra queste comunità.
“Secondo l’organizzazione non governativa […] Caritas, che opera nella baraccopoli, attualmente circa 500 persone migranti africane vivono lì in condizioni precarie e malsane. Il numero può raggiungere le 1000 persone nel pieno della stagione. La maggior parte dei lavoratori migranti stagionali arriva in Calabria per la stagione della raccolta degli agrumi e vive nella baraccopoli tra novembre e marzo”, si legge su InfoMigrants. E ancora: “È molto difficile vivere qui, l’ambiente non è salubre. Ci sono molte mosche e topi a causa della sporcizia. Sono qui perché non ho nessun altro posto dove andare, ha detto Bakary, un [uomo] gambiano di 36 anni, tornato per la quarta stagione di raccolta in Calabria. Numerosi cani e gatti randagi vagano per la zona, rovistando tra i cumuli di spazzatura lasciati vicino alle baracche”.
Infine: “I servizi igienici di base del campo sono in condizioni deplorevoli. Non posso vivere qui, è un disastro! Le docce sono così sporche che preferirei andare nella foresta piuttosto che usarle!, ha detto Abdoulaziz, un [giovane] senegalese di 22 anni arrivato da Milano […]. Sperava di guadagnare rapidamente denaro e trovare un alloggio, ma la dura realtà sul campo lo stava già disilludendo. Molte piccole attività informali nascono per colmare le carenze del campo. Non c’è più acqua calda per la doccia? I migranti vendono secchi di acqua calda a 50 centesimi. Non c’è un posto dove dormire? I residenti di lunga data affittano letti ai nuovi arrivati. Io ho pagato 150 euro per il mio per la stagione, racconta Abdoul, un [uomo] senegalese di 47 anni arrivato in Calabria per la prima volta per lavorare nella raccolta”.
3. Primi salvataggi dell’anno da parte della Ocean Viking
La Ong Ocean Viking ha soccorso le prime persone dell’anno.
“[…]La nave ha evacuato le 33 persone, tra cui tre donne (una delle quali incinta) e tre bambini, che erano state precedentemente tratte in salvo dalla nave mercantile Maridrive 703 nella zona di ricerca e soccorso tra Malta e Tunisia, che aveva soccorso complessivamente 108 persone in due differenti interventi in mare. A bordo ci sarebbero due morti e diversi feriti. Molti di loro necessitano di cure mediche dopo aver trascorso una settimana in mare. I migranti salvati hanno riferito che un altro gruppo, che si trovava sul mercantile, è stato respinto verso la Tunisi” scrive la giornalista Annalisa Cangemi su Fanpage.
E ancora: “L’intero gruppo rischiava di essere respinto illegalmente in Tunisia, contro la propria volontà, come denunciato da Alarm Phone il 26 dicembre scorso. L’allarme era stato rilanciato anche dalla tedesca Sea Watch: 34 persone, tra cui 3 bambini, rischiano di essere catturate e respinte illegalmente in Tunisia dove le loro vite sarebbero in pericolo. È necessario un intervento immediato da parte delle autorità europee”.
4. L’arte nella diaspora nordafricana in Italia
In un’intervista per Domani, la poeta e artista Wissal Houbabi, originaria del Marocco, racconta cosa significa il connubio tra arte e diaspora.
“Da dove vengo è per me una domanda esistenziale. Non mi sono mai sentita radicata in un contesto. Il risultato è un’identità da pallina da flipper: Cambio spesso residenza. Io sono figlia di immigrati, vivo nel movimento […]. Oggi Houbabi lavora con le istituzioni culturali, ma non dimentica che l’hip hop è stato il nutrimento per chi non era previsto potesse fruirne: mi ha fatto capire che c’è una necessità, che c’è la giustizia. Houbabi di base vive a Bologna, all’interno di una comunità diasporica nordafricana e araba: artisti in esilio dal regime egiziano, performer palestinesi, musicisti tunisini, attori siriani, rifugiati politici, alcuni reduci da persecuzioni, «persone che nei loro paesi sono artisti affermati mentre in Italia sono alieni al mondo dell’arte che qui è un mestiere per borghesi – un privilegio, non un lavoro. Per chi vive la precarietà dei documenti, dedicarsi all’arte è impensabile”, riporta la giornalista Diana Ligorio su Domani.
E ancora: “Quattro anni fa, con l’associazione culturale Kilowatt a Bologna Houbabi fonda Spore, un festival che nasce dalla parola diaspora ma ne rovescia la logica: non dispersione, ma contaminazione. L’Italia cambierà, che lo voglia o meno, dice. Il confine è un luogo d’incontro. Spore rifiuta la retorica pietistica. È piuttosto una dichiarazione di complessità. Non uso parole come migrazione o decolonizzazione ma: bellezza, complessità, connessione. Concetti che partono dal vissuto della diaspora ma che diventano universali”.
5. Diritti violati per i e le rifugiate sudanesi ad El Fasher
Il campo profughi di El Fasher ospita circa 15.000 persone provenienti dalla regione occidentale del Darfur, fuggite dagli attacchi delle Rapid Support Forces (Rsf), sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, dopo che il gruppo ha conquistato la città di El Fasher il 26 ottobre, uccidendo migliaia di persone in una delle peggiori atrocità della guerra.
“Da allora sono emersi molti resoconti sui media, ma le testimonianze che ho registrato […]suggeriscono che stiamo ancora iniziando a comprendere cosa sia successo. Abbiamo perso molti dei nostri cari e parenti, ha detto un residente di El Fasher e laureato, il cui nome è stato omesso per motivi di sicurezza. Il mondo deve guardarci con umanità, perché abbiamo il diritto, come esseri umani, di vivere in pace”, riporta il giornalista Mohammed Amin sul New Humanitarian. E ancora: “Prima di cadere, El Fasher era l’ultima grande città del Darfur a non essere sotto il controllo delle Rsf, un gruppo paramilitare che lavorava a fianco dell’esercito nazionale, le Forze armate sudanesi (Saf), fino a quando la loro violenta rottura nel 2023 non scatenò una guerra civile. Per oltre 500 giorni, il gruppo, discendente dalle milizie Janjaweed che hanno compiuto massacri nel Darfur nei primi anni 2000, ha sottoposto El Fasher a un assedio punitivo nel tentativo di sloggiare le SAF e i gruppi armati alleati”.
Infine: “[…] Una dottoressa, ha dichiarato di aver assistito al massacro prima di riuscire a fuggire. Abbiamo cercato di salvare i bambini e di scappare, ma non ci siamo riusciti, ha detto. Le Rsf hanno assediato l’ospedale e sono entrate con le armi, sparando a caso. La dottoressa, sopravvissuta a numerosi bombardamenti delle Rsf durante i 18 mesi di assedio, ha affermato che molti medici di sua conoscenza sono stati successivamente arrestati o fatti sparire dai combattenti. Solo due, ha aggiunto, sono stati infine rilasciati dopo il pagamento dei riscatti. La portata della violenza sessuale commessa dalle Rsf è stata messa a nudo da Sulima Ishaq, del Ministero del welfare sociale. Mi ha raccontato che i suoi team hanno documentato oltre 1.000 casi di abusi sessuali nel campo”.









