1. Quasi mille persone disperse nel Mediterraneo
L’Ong Mediterranea Saving Humans ha denunciato la scomparsa di circa 1.000 persone migranti nel Mediterraneo.
“La denuncia si basa sulle testimonianze raccolte in Tunisia dagli attivisti di Refugees in Libya e dalle famiglie delle persone che non danno notizie da giorni. Per il momento non è stato possibile verificare queste testimonianze in modo indipendente. Il 24 gennaio il giornalista Sergio Scandura di Radio Radicale ha parlato di almeno 380 persone che risultavano disperse in mare da giorni, dopo aver letto un’allerta diffusa dalla centrale operativa della guardia costiera di Roma “a tutte le navi” nella zona, che parlava di otto imbarcazioni in difficoltà partite da Sfax, in Tunisia”, riporta la giornalista Annalisa Camilli su Internazionale. E ancora: “Gli attivisti di Refugees in Tunisia e di Mediterranea hanno raccolto delle testimonianze tra le comunità presenti in Tunisia, secondo cui dal 15 gennaio ci sono state retate e arresti della polizia tunisina negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax, e un allentamento dei controlli della guardia costiera tunisina. Per questo diverse imbarcazioni sono partite nonostante il maltempo. “Ci risulta dalle testimonianze che abbiamo raccolto tramite il telefono che siano partite dalla costa vicino a Sfax tra le 15 e le 24 imbarcazioni in quei giorni, assicura Luca Casarini, portavoce di Mediterranea”.
2. Ancora violazioni da parte delle milizie libiche
Le autorità libiche hanno dichiarato di aver arrestato oltre 2.000 persone migranti all’alba del 3 febbraio in raid coordinati, dopo aver demolito le loro case. I raid hanno avuto luogo a Sebha, nel sud della Libia, dove sono stati documentati numerosi casi di violenza contro i migranti.
“Il Ministero degli Interni libico ha pubblicato sui social media dei video che mostrano le stanze austere, dove i migranti subsahariani venivano costretti a dormire sulla nuda terra, a volte su coperte, con solo il sole che filtrava attraverso i fori nel tetto di legno come fonte di luce. In altre immagini scattate il giorno dei raid, decine di persone uscivano in fila dai rifugi improvvisati. Agenti di polizia armati di kalashnikov ordinarono loro di sedersi a terra e attendere istruzioni. Tra i migranti c’erano numerose donne e diversi bambini piccoli. Le autorità hanno demolito un importante campo profughi con le ruspe, radendo al suolo i rifugi di fortuna”, si legge su Info Migrants.
3. In Libia sono state trovate altre fosse comuni
Mentre in Libia, in particolare a Ajdabiya, vengono trovate ulteriori fosse comuni con persone migranti all’interno, il governo italiano rafforza la collaborazione con il paese nordafricano.
“Poche settimane fa nella zona di Ajdabiya, nella parte orientale della Libia, sono state scoperte nuove fosse comuni. Al loro interno i corpi di almeno 21 persone. Non è una novità, né un caso isolato. Già a gennaio 2025, in altre zone, tra Jikharra e Kufra, erano stati rinvenuti decine di corpi in circostanze simili. A giugno le Nazioni Unite hanno dichiarato che più di 80 cadaveri erano stati rinvenuti nei pressi dei centri di detenzione nel distretto di Abu Salim, alla periferia di Tripoli”, scrive la giornalista Matilde Moro su Domani.
E ancora: “A denunciare l’accaduto è l’associazione per i diritti umani Refugees in Libya (RiL), nata a Tripoli nel 2019, che si occupa di monitorare le violazioni dei diritti umani delle persone che si trovano in viaggio verso l’Europa. I sopravvissuti ci hanno riferito di donne e uomini imprigionati, gravi abusi ed esecuzioni, riporta l’associazione. E ancora: Questi omicidi non sono avvenuti in modo isolato, si sono verificati all’interno di un sistema in cui le persone vengono bloccate, intercettate, respinte e abbandonate in Libia dopo che è stato loro negato un percorso sicuro verso la protezione internazionale”.
In queste ultime settimane, le violenze indiscriminate dell’Ice, la polizia federale degli Stati Uniti che si occupa di catturare le persone migranti per rimpatriarle, sono state denunciate a livello globale. Tuttavia, scrive la giornalista Sara Tanveer su Colory*, non bisogna dimenticarsi di Fortezza Europa.
“Il diritto a migrare in Italia, come in Europa, è sotto attacco da decenni. Quella che sembrava essere una risposta umanitaria a chi scappava da guerre, persecuzioni e povertà è oggi un sistema di deterrenza, criminalizzazione e respingimenti, che viola i diritti umani delle persone migranti. E l’Unione Europea, che dovrebbe proteggere i valori democratici e i diritti fondamentali, favorisce, invece, misure aggressive per impedire l’arrivo di migranti e richiedenti asilo”, scrive Tanveer. E ancora: “Gli anni duemila hanno visto un’accelerazione di questa deriva repressiva. La legge Bossi-Fini del 2002 ha inasprito le pene e legato il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, rendendo le persone migranti estremamente vulnerabili allo sfruttamento e obbligando molte di loro ad accettare condizioni lavorative e di vita sempre più dure e precarie”.
Infine: “In Grecia e Bulgaria, pratiche ancora più brutali sono diventate sistemiche: percosse, abbandono in zone di confine, ritiro illegale di documenti e vestiti, e, soprattutto, l’assoluta impunità per gli agenti coinvolti. Questi respingimenti violenti sono documentati da centinaia di testimonianze, ma raramente portano a conseguenze per chi li perpetra […]. Agenzie europee come Frontex collaborano attivamente con Paesi come la Libia e la Tunisia, ben noti per essere luoghi di tortura e sfruttamento sistematico delle persone migranti”.
5. Le sorti incerte delle persone rifugiate Rohingya
Il progetto Bhasan Char del Bangladesh, un campo profughi galleggiante artificiale con lo stile di una colonia penale nel Golfo del Bengala, era destinato, fin dall’inizio, a deludere le persone rifugiati Rohingya, che continuano ad essere isolate e confinate.
“[…] Nell’ottobre 2021, anziché assumere una posizione di principio respingendo e lottando per trovare alternative per i rifugiati, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha firmato un Memorandum d’intesa (MoU) con il governo del Bangladesh per fornire servizi a Bhasan Char, legittimando di fatto un sistema di confinamento anziché contestarlo. Secondo il whistleblower delle Nazioni Unite, l’Unhcr avrebbe dovuto insistere sulla libertà di movimento prima di firmare qualsiasi accordo: mi sconcerta che le Nazioni Unite non abbiano fatto pressioni per ottenere di più… Avevamo così tanta influenza”, scrive il giornalista John Quinley III sul New Humanitarian.
E ancora: “Il nuovo rapporto di Fortify Rights, Like prisoners [Come prigionieri] documenta come, nel corso di cinque anni, i rifugiati Rohingya provenienti dal Myanmar siano stati sottoposti a detenzione arbitraria di massa e a un sistematico “magazzinaggio” a Bhasan Char. Un uomo Rohingya di 38 anni, sopravvissuto al genocidio proveniente dal Myanmar e residente a Bhasan Char, ha dichiarato: Attualmente, ci sentiamo come se fossimo confinati qui, come prigionieri”.
6. Il nuovo pacchetto sicurezza colpirà anche le persone migranti
Negli ultimi 18 anni sono stati approvati 6 pacchetti sicurezza. Tuttavia nessuno di questi ha mai risoluto le problematiche strutturali inerenti alla marginalità e alla povertà. Il nuovo pacchetto sicurezza del governo non è da meno.
“Il pacchetto prevede, tra le altre misure, la possibilità di un’interdizione temporanea delle acque territoriali decisa dal Governo in caso di “pressione migratoria eccezionale”, con il conseguente trasferimento delle persone soccorse verso Paesi terzi. Si tratta di una misura che incide su principi cardine del diritto internazionale del mare, a partire dall’obbligo di soccorso, e che riduce drasticamente il ruolo del controllo giurisdizionale, concentrando la decisione in capo all’Esecutivo. Un’impostazione che richiama le politiche di esternalizzazione delle frontiere e che rischia di produrre nuovi vuoti di tutela per chi cerca protezione, ricordando che il prossimo 12 giugno entrerà in vigore anche il nuovo Patto di migrazione e asilo votato l’anno scorso dall’Unione europea”, si legge su La Via Libera.
E ancora: “Gli stranieri detenuti o internati nei centri per migranti hanno l’obbligo “di cooperare ai fini dell’accertamento dell’identità e di esibire o produrre elementi” in loro possesso relativi a età, identità, cittadinanza e Paesi di soggiorno o transito. Si terrà conto di questa prescrizione “ai fini della valutazione di pericolosità prevista per l’espulsione”, riporta Collettiva.









