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Homepage >> Approfondimento >> CPR e politiche securitarie L’appello dei medici: «La salute non è una variabile dell’ordine pubblico»

CPR e politiche securitarie L’appello dei medici: «La salute non è una variabile dell’ordine pubblico»

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29 gennaio 2026 - Valentina Muglia
Negli ultimi anni il quadro politico italiano ha visto una progressiva contrazione dello spazio civico e democratico, con un uso sempre più marcato della “questione migratoria” come leva di consenso. Di CPR e diritto alla salute negato ce ne parla Valentina Muglia.

Negli ultimi anni il quadro politico italiano ha visto una progressiva contrazione dello spazio civico e democratico, con un uso sempre più marcato della “questione migratoria” come leva di consenso.

Già nel primo anno di attività, l’attuale governo ha ampliato il regime di trattenimento nei CPR, portando la sua durata massima fino a 18 mesi. Una scelta propagandistica che ha avuto come conseguenza reale il prolungamento dello stato di sospensione dei diritti e delle sofferenze delle persone detenute in questi Centri. A questa modifica normativa si è aggiunta nel decreto sicurezza e immigrazione, convertito con la legge n.80 del 9 giugno 2025, l’introduzione del reato di rivolta nei luoghi di detenzione, inclusi i CPR. Una norma che, nonostante quello che sembra apparire dal titolo, criminalizza ogni forma di protesta, anche con pratiche di resistenza passiva, al loro interno.

Ma la spirale restrittiva non si è arrestata. Il Governo all’inizio del nuovo anno ha annunciato un nuovo pacchetto di misure su sicurezza e immigrazione, costituito da un decreto-legge e da un decreto legislativo, che comprende ulteriori interventi preoccupanti circa lo stato dei diritti delle persone migranti. Sebbene il testo normativo non sia ancora pubblico, dalle prime bozze sembra che si vogliano ancor di più ridurre le tutele procedurali fondamentali, favorendo un approccio che, nel nome dell’efficienza nella gestione dei flussi migratori, incide negativamente sulle garanzie individuali.
A questi interventi si è recentemente sommata una circolare del Ministero dell’Interno del 20 gennaio 2026, che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. Il documento, destinato alle prefetture, invita a facilitare l’aumento di capienza nei CPR e le espulsioni, rilanciando un modello di controllo che antepone l’obiettivo securitario alla tutela dei diritti fondamentali. Tra le indicazioni operative figura, in particolare, la possibilità di posticipare la visita medica di idoneità al trattenimento, spostandola a un momento successivo all’entrata nella struttura detentiva.

Questo cambiamento ha implicazioni profonde per la tutela della salute delle persone trattenute. La visita medica di idoneità non dovrebbe infatti essere una formalità, ma uno strumento clinico imprescindibile per accertare condizioni di salute che possano rendere incompatibile la permanenza in comunità ristrette, come quelle dei CPR.
La modifica pone in discussione non solo la centralità del controllo sanitario preventivo, disciplinato, da ultimo, dalla cd. Direttiva Lamorgese del 2022, ma anche l’autonomia professionale del medico, richiamata espressamente dal Codice deontologico e dall’articolo 32 della Costituzione.

Per queste ragioni, un gruppo di professionisti della salute, associazioni e realtà impegnate nella tutela dei diritti delle persone migranti ha lanciato un appello per ribadire un principio fondamentale: la salute non è una variabile dell’ordine pubblico. L’appello è rivolto alle autorità sanitarie, agli ordini professionali e al Garante nazionale delle persone private della libertà personale perché venga riaffermata l’autonomia del medico e la priorità della tutela sanitaria rispetto alle ingerenze governative.

Nell’appello si legge:
<< Nella circolare rivolta alle prefetture dal Ministro dell’Interno il 20 gennaio 2026, che punta ad aumentare la capienza dei CPR e a facilitare le espulsioni, le indicazioni per ritardare la visita medica di idoneità dopo l’ingresso nei CPR dal punto di vista della sanità pubblica rappresentano una sfida al Codice Deontologico e alla tutela della salute, che sollecitano le seguenti riflessioni:
1. La visita medica è un atto preventivo Inderogabile e non un ostacolo burocratico da snellire: ne consegue che, clinicamente e legalmente:
– La valutazione di idoneità deve essere preventiva all’ingresso in comunità ristretta per identificare vulnerabilità (psichiatriche, infettive o croniche) che l’ambiente del CPR aggraverebbe.
– Ritardare la visita significa esporre sia il trattenuto sia la comunità (incluso il personale medico e di polizia) a rischi sanitari elevati, come focolai infettivi o eventi critici (suicidi, autolesionismo).
2. Il medico deve rispondere al Codice di Deontologia Medica, non alle circolari prefettizie:
-L’Art. 32 della Costituzione e il Codice Deontologico impongono al medico di operare in autonomia per la tutela della vita e della salute.
-Accettare che una persona venga trattenuta senza una preventiva valutazione di idoneità la pone a rischi di salute potenzialmente gravi e inaccettabili.
3. È in contrasto con la giurisprudenza recente: nel 2025 il Consiglio di Stato ha annullato parti dei capitolati d’appalto dei CPR proprio per l’inadeguatezza degli standard sanitari e della prevenzione del rischio suicidario. Una circolare che indebolisce ulteriormente i controlli medici preventivi è in contrasto con le istanze di tale sentenza.
La stessa Circolare del 20 gennaio 2026 sollecita protocolli con i SerD per facilitare il trattenimento delle persone “tossicodipendenti”: i CPR non possiedono i requisiti per una presa in carico da parte dei servizi per le tossicodipendenze dei pazienti con disturbo da uso di sostanze (DUS) secondo i criteri del DSM5; tali situazioni rientrano quindi tra i criteri di inidoneità sanciti dall’art. 3 della Direttiva del Ministero degli Interni del 19 maggio 2022 per queste ragioni:
– Inidoneità di principio: il CPR è una struttura di detenzione amministrativa priva di finalità terapeutiche e riabilitative, il trattenimento di un soggetto con DUS attivo contrasta con il diritto costituzionale alla cura. La “gestione” interna tramite protocolli SerD si riduce spesso a una mera terapia sostitutiva o farmacologica per il controllo dei sintomi astinenziali, senza una reale presa in carico.
– Rischio di eventi critici: La privazione della libertà in un soggetto con problemi di salute mentale legati alle dipendenze aumenta notevolmente il rischio di atti autolesivi e di suicidio.
– Primato della continuità terapeutica: la deontologia medica e le evidenze cliniche impongono l’invio ai servizi territoriali (e non il trattenimento) perché è l’unica via per garantire la sicurezza del paziente e l’efficacia del trattamento, che il regime detentivo del CPR rende tecnicamente impossibili.
Sottoscrivere protocolli che avallino il trattenimento di persone con disturbi da uso di sostanze significa, per il medico, determinare una condizione di rischio clinico inaccettabile. La tossicodipendenza non è un problema di ordine pubblico, ma una condizione complessa che richiede contesti di cura incompatibili con il CPR.
Ci appelliamo agli ordini dei medici e alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), alle realtà scientifiche, sociali e istituzionali di tutela delle persone migranti e delle persone in detenzione, e in particolare al Garante Nazionale delle persone private della libertà personale, per
– Ribadire che le valutazioni di idoneità medica alla vita in comunità ristretta devono essere effettuate prima del trasferimento nei CPR.
– Chiedere un pronunciamento urgente che ribadisca l’obbligo per ogni medico di non sottostare a indicazioni che limitino l’efficacia dell’accertamento sanitario.
– Segnalare che il ritardo nelle visite, unito alla mancanza di mediatori culturali, impedisce una corretta diagnosi, rendendo nulla la valenza della certificazione.
– Denunciare il rischio che la citata Circolare venga usata per aggirare il parere medico per scopi unicamente securitari.
La salute non è una variabile dipendente dall’ordine pubblico. Un medico che accetta di ritardare o formalizzare una visita di idoneità senza i tempi e gli strumenti necessari abdica alla propria missione professionale e si espone a precise responsabilità deontologiche e legali. >>

Tra i primi firmatari figurano:

Vittorio Agnoletto, membro del direttivo di Medicina Democratica, Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), Antonello D’Elia, presidente di Psichiatria Democratica, Salvatore Fachile, avvocato dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Gavino Maciocco, coordinatore e direttore editoriale di Saluteinternazionale.info, Monica Minardi, presidente di Medici Senza Frontiere (MSF) Italia, Chiara Montaldo, Head of Medical Unit di MSF Italia.

Queste preoccupazioni trovano pieno riscontro nelle attività di monitoraggio indipendente svolte negli ultimi anni all’interno di diversi CPR italiani, anche nell’ambito delle visite condotte dalla Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (CILD).
Le condizioni sanitarie riscontrate risultano frequentemente incompatibili con la permanenza in uno stato di detenzione amministrativa. Nei CPR vi sono persone con disabilità fisiche non autosufficienti trattenute in strutture prive di qualsiasi accessibilità; persone con disturbi psichiatrici gravi, esposte a contesti che aggravano la sofferenza e il rischio di eventi critici; persone in trattamento per dipendenze non prese in carico dai servizi.
Elementi che confermano come il diritto alla salute nei CPR sia già oggi strutturalmente compromesso e come ogni ulteriore indebolimento delle garanzie sanitarie – come quello introdotto dalla circolare del 20 gennaio – rischi di aggravare un sistema che opera già oltre il limite della legalità costituzionale.
Questa circolare si pone dunque come un ultimo tassello di un disegno che tende a normalizzare la compressione dei diritti umani in nome dell’ordine e della sicurezza pubblica.

In questo contesto, l’appello La salute non è una variabile dell’ordine pubblico rappresenta uno strumento essenziale per riportare al centro del dibattito pubblico un principio che dovrebbe essere indiscutibile. Per questo è importante sottoscrivere e diffondere l’appello, affinché il diritto alla salute delle persone private della libertà non venga definitivamente sacrificato sull’altare dell’ordine e della sicurezza pubblica. Il diritto alla salute resta infatti, per Costituzione e per diritto, un bene primario non negoziabile.

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