Nabih è un signore distinto, che indossa la giacca anche in casa, e la sua vita si intreccia con quella della scuola che ha fondato personalmente, e del suo paese, Maryajoun, 7mila abitanti prima della guerra, oggi circa 900.
“Ho studiato fisica a Beirut – ricorda – e lì ho cominciato a insegnare. Più volte mi è stato chiesto di tornare qui al sud ma ho sempre rifiutato, perché le condizioni e le opportunità erano ben diverse, e io dovevo pensare prima di tutto alla mia famiglia”.
Un figlio piccolo con la sindrome di Down lo aveva indotto a considerare che nella capitale sarebbe stato più semplice offrirgli migliori opportunità, che mai avrebbe avuto in un piccolo centro del sud. Finché un giorno gli arrivò un’offerta che non poteva rifiutare. Il vecchio direttore della scuola, nonché il suo primo insegnante, gli stava proponendo di tornare a Marjayoun per fondare insieme un istituto comprensivo che accogliesse i bambini dai 3 ai 13 anni. “In fondo le mie radici erano qui – ricorda – mia figlia era ormai indipendente e anche mio figlio aveva imparato a essere autonomo per quanto possibile. Mi sono detto che volevo invecchiare a casa mia e così con mia moglie abbiamo preso questa decisione”.
Nella scorsa guerra, quella del 2023-2024, la sua scuola ha continuato a funzionare con la didattica a distanza, non senza complicazioni: molti bambini non possedevano un computer o uno smartphone e, se li avevano in casa, dovevano dividerli con genitori e fratelli, quando avevano la possibilità di ricaricarli, fra un’interruzione di corrente e la ricerca di un generatore.
Questa volta si è fermato tutto: la maggior parte degli studenti sono sfollati perché chi ha figli piccoli ha preferito andarsene. “Noi siamo ormai anziani e stanchi di fare avanti e indietro – dice Nabih – quindi abbiamo deciso di restare, anche se la situazione è molto pericolosa”.
Marjayoun, nell’omonima provincia che fa parte del governatorato di Nabatieh, nel Libano del sud, è un comune a maggioranza cristiana maronita con una minoranza sunnita, e ufficialmente non ha mai ricevuto ordini di evacuazione dall’esercito israeliano. “In realtà alcuni di noi hanno risposto a strane telefonate che li intimavano di abbandonare il paese e convincere anche i propri vicini a farlo – spiega Elyas (nome di fantasia), che prima affittava le stanze del suo appartamento ai turisti, e durante la scorsa guerra anche ai giornalisti – chi aveva una telecamera davanti all’ingresso di casa è stato costretto a toglierla. Alcuni dicono che questa non sia la nostra guerra, perché non siamo parte in causa nel conflitto, ma in realtà siamo sotto sorveglianza 24 ore al giorno. Io ho smesso di fare l’affittacamere, dopo l’ultima volta che ho ospitato degli operatori dei media un drone ha colpito la mia palazzina al primo piano”.
Qui il ronzio dei droni israeliani si sente ancora più forte, perché le strade sono deserte e la gente esce solo quando non può farne a meno. Il palazzo del municipio però è aperto, e nonostante il silenzio ci sono tre persone al lavoro, che ormai ai tonfi sordi dei bombardamenti a pochi chilometri si limitano a una smorfia di rassegnazione.
“La situazione è complicata – spiega il sindaco Sari Golmia – e anche se l’ospedale è ancora in funzione e le strade consentono l’accesso al paese, non abbiamo più acqua dai primi di marzo, quando un missile ha colpito l’impianto idrico. Siamo in contatto quotidiano con il governo, per coordinare l’invio e la distribuzione degli aiuti, ma qui si è fermato tutto, la gente non può più lavorare né affrontare altre spese”.
Il cessate il fuoco e l’occupazione israeliana
Alla mezzanotte del 16 aprile è scattato il cessate il fuoco di dieci giorni, a seguito dell’avvio dei colloqui fra Israele e il governo libanese, che ha portato decine di migliaia di sfollati a tentare il viaggio di ritorno verso il sud del paese. Colonne di auto hanno percorso la statale che costeggia il lungomare, da Beirut a Saida e Tiro, mentre l’esercito libanese, aiutato dai civili, ha cercato di ricreare un attraversamento del fiume Litani nel villaggio di Tayr Filsay, dopo la distruzione dei ponti.
Vista da Marjayoun la tregua ha cambiato di poco la situazione, non solo per le ripetute violazioni che hanno comunque colpito quell’area, che si trova a meno di 15 chilometri dal confine: mentre a livello interazionale si parla della “fine” temporanea delle ostilità, molto meno si racconta di quanto sia già accaduto nel sud, dove Israele ha preso il controllo di una fascia di territorio libanese che non ha precedenti nella storia recente. Si tratta di uno spazio omogeneo, profondo a seconda della zona dai 3 ai 10 km, che si estende da Naqoura fino al monte Hermon, e che copre all’incirca il 5% dell’intero paese.
La tregua, oltre a congelare, almeno sulla carta, i combattimenti, blocca anche le posizioni raggiunte, e ancora una volta il prezzo più alto lo pagano i civili, gli sfollati provenienti da uno dei 55 villaggi e piccoli centri abitati che rientrano oggi in questa zona cuscinetto imposta, ai quali è stato intimato di non tornare dopo il cessate il fuoco perché sarebbero considerati “target”. Fra i paesi interdetti ai residenti ci sono Bayyada, Beit Lif, Bint Jbeil, Kounin, Tallousa, Qantara, Yohmor, Khiam, e anche i centri cristiani di Ain Ebel e Yaroun. Avere una popolazione a maggioranza maronita, o ortodossa, non garantisce ancora una volta alcuna “immunità”.
I cristiani del Libano
Anche se non esistono statistiche ufficiali sul numero dei cristiani libanesi, si stima che rappresentino poco più del 30% della popolazione, circa 2 milioni e 200 mila persone, con la comunità più numerosa rappresentata dalla chiesa maronita cattolica (1 milione di fedeli), seguita dalla chiesa greco-ortodossa e dalla chiesa apostolica armena, nata nel paese dopo la fuga del popolo armeno a seguito del genocidio del 1915; una minoranza fa capo alla chiesa ortodossa Siriaca, e ai protestanti presbiteriani e congregazionisti.
“La posizione dei cristiani nei confronti della comunità sciita e di Hezbollah in particolare è contrastante – spiega Abdallah, un giovane insegnante che non ha mai lasciato Marjayoun – c’è chi prende le distanze dalla resistenza sciita armata che avrebbe trascinato il paese in un conflitto internazionale, anziché fare di tutto per evitarlo; e chi ritiene che il partito e le sue milizie siano ormai gli unici che cercano di proteggere il paese dall’aggressione israeliana, che sarebbe avvenuta comunque. E questa convinzione si è consolidata dopo il ritiro dell’esercito libanese dalle postazioni più a sud, che di fatto ha lasciato campo libero all’occupazione. Ognuno ha la sua parte di ragione”.
Nella zona tutti ricordano abuna (padre) Pierre Al-Rahi, parroco di Qlayaa, quattro km e mezzo da Marjayoun, morto il 9 marzo durante un bombardamento. Pare che stesse prestando soccorso dopo un primo attacco, ma altre versioni della storia riportano che fosse in casa quando c’è stata l’esplosione. Ad ogni modo, aveva scelto di restare nella sua comunità, risparmiata nel 2024 ma finita sotto tiro appena un anno e mezzo dopo. A seguito di un altro “cessate il fuoco” fragilissimo e mai davvero rispettato.
Sempre dal Libano, leggi il reportage “Beirut, l’emergenza umanitaria dopo un mese di conflitto“.
Immagine di copertina di Ilaria Romano.









