Una parte delle vittime di quei tragici naufragi riposa oggi nel piccolo cimitero di Lampedusa, tra tombe senza nome e croci in legno logorate dal tempo.
Ed è in questo presidio di rabbia e memoria che Papa Leone XIV ha voluto fare la sua prima tappa a Lampedusa lo scorso 4 luglio. Mentre gli Stati Uniti celebravano il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza con le parate in pompa magna a Washington, il primo Papa americano della storia ha scelto di declinare l’invito ufficiale della Casa Bianca per recarsi nell’isola simbolo dell’accoglienza ma anche della violenza mortale che deriva da “decisioni prese e decisioni mancate”, come ha detto il Pontefice durante l’omelia a Lampedusa.
Si tratta delle stesse decisioni che negli Stati Uniti hanno portato ad un’espansione senza precedenti del sistema di detenzione. L’amministrazione Trump ha fatto della detenzione e dell’espulsione i pilastri della sua politica migratoria e, a partire dal 2025, il numero di persone migranti trattenute ha raggiunto picchi record, superando i 71.000 detenuti al giorno all’inizio del 2026 e i circa 400.000 dall’inizio dell’amministrazione. Si stima che oltre 200.000 bambini abbiano subito la separazione da almeno un genitore a causa di fermi o deportazioni forzate.
In una lettera inviata agli americani in occasione dell’anniversario del 4 luglio, Leone ha sottolineato che proteggere i nascituri e ogni vita umana significa anche “accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dalle sue origini”.
Ma, come dichiarato dallo stesso Pontefice a Lampedusa: “Più che le parole, parlano i gesti”. Per questo motivo sabato Leone ha voluto visitare non solo i vivi ma anche chi non ce l’ha fatta.
“Andando a ricordare chi non ce l’ha fatta, il Papa lancia un messaggio potentissimo. In netto contrasto con l’attuale politica italiana ed europea che parla solo di respingimenti e rafforzamento delle frontiere, dimenticando la tutela e i diritti”, spiega Tareke Brhane attivista e mediatore culturale di origini eritree. Fuggito dal suo paese a 17 anni e arrivato in Italia nel 2005 dopo aver vissuto in prima persona l’esperienza del viaggio via mare, e avendo compiuto la stessa drammatica traversata di molti altri migranti. All’indomani della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, Tareke ha fondato l’organizzazione no-profit “Comitato 3 ottobre”. “Scegliendo di fermarsi prima di tutto al cimitero locale, il Papa accende un faro su una realtà che le politiche di respingimento europee tentano costantemente di nascondere sotto il tappeto: la negazione della dignità persino nella morte. Negli ultimi cinquant’anni, nessun leader politico di rilievo ha mai reso omaggio in modo così netto a chi ha perso la vita nel Mediterraneo”, conclude l’attivista.
Un segnale fortissimo che, tuttavia, si scontra con la frustrazione di chi vive l’emergenza ogni giorno e chiede che alla compassione seguano riforme reali. Nel cimitero di Lampedusa riposano circa trenta migranti. Per la burocrazia italiana ed europea nessuno di loro possiede un nome o un cognome. Ad eccezione del piccolo Youssef, un bambino di appena 6 mesi morto a novembre 2020 in un naufragio a largo dell’isola, e altre due tombe; a indicare le spoglie dei migranti morti a Lampedusa c’è solo un numero di serie o l’indicazione del sesso. A livello italiano ed europeo non esiste ancora, infatti, una banca dati con i Dna delle persone migranti e un sistema che permetta di ricostruire l’identità dei corpi restituiti dal mare sulle coste italiane.
Questo nonostante quella del Mediterraneo centrale si confermi, ancora una volta, la tratta più letale al mondo: solo nei primi mesi del 2026 sono state registrate circa 765 vittime tra morti e dispersi. Considerando l’intero bacino del Mediterraneo, il numero dei decessi ha sfiorato quota 1.000 nei primi mesi del 2026, segnando questo come l’inizio d’anno più letale dal 2014 a oggi.
“Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità”, ha detto il Pontefice davanti a migliaia di persone, poco dopo aver salutato un gruppo di migranti sbarcati pochi giorni prima al Molo Favaloro (rinominato Molo Papa Francesco in onore del vecchio pontefice). Un molo “simbolo del regime di frontiera dove avvengono pratiche spesso lesive della dignità umana e dove viene perpetrata la criminalizzazione sistematica delle persone migranti con condanne fino a 30 anni, in nome della presunta lotta ai trafficanti, a persone che sono state costrette a mettersi alla guida di un barcone”, commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italia.
Su questo stesso molo, il giorno prima dell’arrivo di Papa Leone, erano sbarcati 17 naufraghi sopravvissuti a cinque giorni di viaggio in mare.
“Partivano dalla Libia. Hanno detto di aver atteso molto tempo in acqua dopo aver finito il carburante. Queste partenze dalla Libia continuano ad essere estremamente pericolose, dall’inizio del 2026 c’è stato il 50% in più delle morti in mare rispetto all’anno scorso”, spiega un operatore dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) poco dopo lo sbarco.
E dalla Libia è partito anche Daud, scappato dall’Eritrea e arrivato a Lampedusa sei giorni fa. “Mi sento molto felice ad avere avuto questa opportunità di incontrare il Papa, sono cristiano e per me è molto importante essere qui oggi”, racconta. Saddam, invece, viene dallo Yemen e di anni ne ha trenta: “Sono felicissimo di essere qui anche se sono musulmano”. Insieme a Rahdi, è l’unico a provenire dallo Yemen, gli altri vengono dall’Algeria, dalla Siria e dall’Eritrea. Sono tutti partiti dalla Libia dove, dicono, “siamo stati sottoposti a condizioni terribili”. “La nostra preghiera oggi è quella di proseguire il viaggio – continuano i giovani – vogliamo arrivare sulla terra ferma”.
“Quando abbiamo iniziato la nostra traversata non potevamo mai immaginare che saremmo arrivati qui e avremmo incontrato il Papa. Sembra impossibile che su otto miliardi di persone siamo stati scelti noi per incontrarlo”, dicono i migranti nell’attesa dell’arrivo del Santo Padre.
Ciabatte di gomma ai piedi, perché sull’isola i naufraghi sbarcano tutti scalzi, i giovani danno il benvenuto al Papa in fila uno accanto all’altro, intonando sottovoce dei canti. Prima la scorta, poi la Fiat Campagnola che fu la papamobile di Bergoglio, e infine Papa Leone.
“Gli ho detto grazie perché è venuto qui e ci ha voluti incontrare”, racconta Ahiem, siriano di 25 anni, fuggito dalla Siria dopo la caduta del regime di Bashar Alassad, “lui mi ha dato la mano”.
Pochi minuti per salutare la gente che hanno intorno, poi la Croce Rossa li esorta a tornare: arriva il pulmino e i venti fortunati vengono riportati lì, da dove sono venuti, l’Hotspot di Contrada Imbriacola, il centro di prima accoglienza dove i migranti che arrivano sull’isola vengono tenuti in stato di detenzione arbitraria, in attesa di essere trasferiti sulla terraferma. Uno stato detentivo che è costato all’ Italia ripetute condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). La Corte ha stabilito che trattenere i migranti nel centro costituisce una detenzione arbitraria e di fatto, in quanto priva di una base giuridica chiara, senza provvedimenti motivati e senza possibilità di ricorso.
“Questo è un centro che necessita di un turnover molto rapido, proprio nel rispetto delle persone che assistiamo, il tempo di permanenza in Hotspot è molto breve” spiega al New Arab Francesca Basile, Responsabile dell’Unità Operativa Migrazioni della Croce Rossa Italiana, nonostante in alcuni casi esaminati da Strasburgo, i migranti siano stati trattenuti informalmente per periodi anche molto lunghi. È il caso, ad esempio, di J.A. che è stato trattenuto 10 giorni all’interno dell’Hotspot di Lampedusa.
“Questo è un centro dove facciamo un primo screening, adesso stiamo applicando il nuovo regolamento screening del Patto Immigrazione e Asilo, dei migranti che arrivano sull’isola, ragionando particolarmente sulle vulnerabilità e iniziando a lavorare su quello che sarà l’iter successivo”, conclude Basile.
Ma il nuovo regolamento screening del Patto Immigrazione e Asilo entrato in vigore lo scorso 12 giugno, introduce anche la cosiddetta “fiction of non-entry”: il migrante che arriva a Lampedusa è fisicamente sul territorio dello Stato, ma giuridicamente non è autorizzato a entrare , legittimando quindi “il confinamento in un luogo dove la persona è privata della libertà di circolazione”, come recita il regolamento.
Nel quadro del nuovo Patto, infatti, Lampedusa rischia di trasformarsi da luogo di primo arrivo, soccorso e identificazione a nodo operativo chiave del sistema di frontiera dell’UE orientato al pre-ingresso e al rimpatrio. La combinazione di screening, della finzione di non ingresso, di procedure di frontiera obbligatorie o accelerate e dell’uso esteso del concetto di “paese sicuro” potrebbe trasformare l’isola in un filtro di prima linea dove le persone vengono rapidamente indirizzate verso le normali procedure di asilo oppure verso procedure accelerate che possono portare al rimpatrio.
“Dal 2015 in poi la questione della migrazione ha subito quella che io chiamo involuzione. Puntando tutto sull’approccio securitario, repressivo, e di esternalizzazione delle frontiere, l’Europa ha seguito il trend della strumentalizzazione politica di un tema che dovrebbe essere l’ultimo a essere strumentalizzato, perché parla della vita delle persone, di chi arriva, ma anche di chi vive sul territorio, europei compresi”, dichiara telefonicamente Prestianni, esperta di migrazioni della rete Euromed Rights.
Naeema Yaqub, 27enne sudanese, co-fondatrice e presidente dell’organizzazione Refugees in Libya, è sull’isola per la visita del Papa: “Mi sembra davvero surreale trovarmi qui. Ho provato tre volte ad attraversare il Mediterraneo da sola, ma non ci sono riuscita. È pazzesco pensare che, se all’epoca ce l’avessi fatta, con molta probabilità sarei finita proprio qui”, racconta .
Oggi Naeema vive in Svezia, dove è arrivata nel dicembre 2022 grazie a un programma di reinsediamento dell’UNHCR, ma porta sulla pelle i segni del confine: tra i 19 e i 23 anni ha tentato per tre volte di attraversare il Mediterraneo, finendo bloccata nell’inferno libico.
“Aspettare l’arrivo del Papa scatena in me un mix di emozioni,” racconta la donna accorsa sull’isola per la visita del Pontefice, “guardando le attuali politiche dell’Unione Europea in materia di immigrazione e controllo dei confini penso che l’empatia non basti più. Siamo andati ben oltre il punto in cui i sentimenti possono fare la differenza”, continua Yaqub.
La richiesta della società civile e di diverse Ong che non sono state personalmente incontrate dal Papa sabato, è quella di un tavolo di lavoro aperto, onesto e diretto. “Sarei stata felice di un confronto faccia a faccia tra il Papa, noi rifugiati e la società civile. Sarebbe stato molto più efficace per capire cosa possiamo fare concretamente insieme per fermare tutto questo”, conclude l’attivista.
Prima della conclusione della visita del Pontefice a Lampedusa, diverse Ong gli hanno consegnato una lettera: “Come Sea-Watch, insieme al Forum Lampedusa Solidale, abbiamo fatto recapitare personalmente una lettera a Papa Leone per informarlo sulla situazione legata ai diritti umani sia a Lampedusa che nel Mar Mediterraneo e chiedendo che anche Lui si posizioni in difesa della solidarietà civile nel Mediterraneo e che si unisca al nostro grido per cui salvare vite non è reato e la solidarietà non è un crimine”, conclude Linardi.
Di certo c’è che recarsi il 4 luglio nel cuore simbolo della migrazione, è già una presa di posizione molto chiara da parte del Pontefice. Lampedusa diventa così non solo la “porta” e allo stesso tempo il “muro” dell’Europa, ma il palcoscenico di una frattura ideologica globale tra il dovere di accogliere e le politiche di respingimento.
Foto di Lidia Ginestra Giuffrida









