Migrazioni globali nel 2026, quali fattori le orienteranno secondo l’International Centre for Migration Policy Development Quali saranno gli eventi globali che nel corso dell’anno influenzeranno le rotte migratorie? Secondo l’International Centre for Migration Policy Development, ICMPD, un’organizzazione internazionale che dal 1993 si occupa di cooperazione, migrazioni e questioni legate al diritto d’asilo, il picco storico dei conflitti globali continuerà a contribuire all’instabilità e a plasmare le tendenze migratorie, insieme agli effetti degli interventi politici europei nella gestione degli arrivi e delle domande d’asilo. Un altro fattore che condizionerà in negativo l’accesso alla protezione è rappresentato dal taglio agli aiuti umanitari, che interessa paesi di origine e di accoglienza. I principali movimenti migratori verso l’Unione Europea continueranno ad essere strettamente legati alle criticità di molti paesi, dall’Europa Orientale al Medio Oriente, dall’Asia Meridionale al Nord Africa e all’Africa Subsahariana.
Una situazione volatile: Afghanistan, Siria, Sud Sudan e Ucraina
Anche se il numero totale di sfollati nel mondo è diminuito del 5% nel 2025, è difficile immaginare come questa tendenza possa consolidarsi del tempo, dato che il calo riflette in gran parte i rientri forzati e quelli volontari, e ha avuto origine da quattro paesi, Afghanistan, Siria, Sud Sudan e Ucraina, nei quali la situazione è tutt’altro che sicura e stabile.
In Afghanistan persiste una crisi umanitaria rilevante, mancano servizi pubblici e almeno 17 milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare. Inoltre, le recenti tensioni fra il governo dei Talebani e il vicino Pakistan hanno portato a violenti scontri al confine fra i due paesi, oltre che ad attacchi aerei a Kabul e Kandahar; e le politiche sociali sempre più restrittive, soprattutto per le donne, stanno limitando le possibilità di crescita economico-sociale. Lo scorso anno la situazione si è ulteriormente aggravata con il ritorno di circa 2 milioni di cittadini afghani da Iran e Pakistan, cosa che ha creato un’enorme pressione nelle aree di frontiera: secondo l’UNHCR, la popolazione crescerà del 26% nel corso del 2026, passando da 4,53 milioni a 5,72 milioni e, in tempi di risorse scarse, soprattutto internazionali, fornire un supporto adeguato diventerà sempre più difficile.
In Siria, a poco più di un anno dalla caduta del regime di Assad a seguito dell’offensiva dei ribelli del gruppo Hayat tahrir al-Sham, e con la formazione del governo di transizione guidato da Ahmad al-Sharaa, si stima che siano tornati a casa circa un milione e 365 mila rifugiati, principalmente verso le regioni di Aleppo, Raqqa e Damasco, e che un milione e 850 mila sfollati interni si siano spostati verso i luoghi d’origine. Si tratta di numeri importanti in termini assoluti, che tuttavia devono essere letti in relazione all’enormità della crisi siriana, che dal 2011 a oggi ha portato oltre 13 milioni di persone a ripiegare all’estero o in zone diverse del proprio paese. La situazione resta gravissima, con una crisi economica diffusa e un’inflazione estrema, con una stima di quasi 17 milioni di persone in condizioni di emergenza che dipendono in gran parte dalle rimesse dei familiari all’estero.
L’ultima incognita in ordine di tempo è poi rappresentata dal nuovo assetto del paese a seguito dell’accordo fra il governo e le forze curde, che ha significato la riannessione della regione autonoma del Nord Est al resto del paese: la fragile intesa, avvenuta dopo settimane di scontri, segna la fine dell’autogoverno locale e rappresenta una sconfitta de facto per le Sdf, Syrian democratic forces, a guida curda ma composte anche da altre minoranze assire e turcomanne, costrette a cedere le province di Raqqa e Deir ez-Zur a maggioranza araba sunnita e a ridurre significativamente l’autonomia alla sola provincia di Al-Hasakah.
Nell’Africa Subsahariana invece, secondo l’Africa Center for Strategic Studies, le guerre in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo hanno provocato lo spostamento forzato di almeno 25 milioni di persone, delle quali 12 milioni solo in Sudan, mentre forze locali e attori internazionali intervengono anche in maniera indiretta nei conflitti per il controllo delle risorse. Nel frattempo si è riaccesa la crisi del Sudan del Sud, dove l’aumento delle violenze tra esercito e forze di opposizione rischia di rompere il fragile accordo di pace del 2018 e di provocare un’ulteriore ondata di persone in fuga.
Il quarto teatro estremamente instabile resta l’Ucraina: nonostante la tendenza del 2025 alla migrazione di ritorno, la decisione del governo di Kyiv dell’agosto scorso di consentire ai giovani fra i 18 e i 22 anni di attraversare il confine ha fatto registrare un aumento delle richieste di protezione temporanea in Europa di oltre 50 mila. L’incertezza nell’andamento del conflitto non consente di prevedere se anche il 2026 manterrà un tasso di emigrazione – e di rientri – simile a quello dello scorso anno.
Il Pakistan sotto osservazione
Il Pakistan occupa una posizione strategica come paese d’origine, di transito e di destinazione per diversi flussi migratori, e le rimesse degli emigrati che lavorano per il 90% nei paesi del Golfo rappresentano l’8% del Pil del paese. Soprattutto negli ultimi cinque anni è diventato la prima destinazione dei rifugiati afghani in fuga dal nuovo governo dei Talebani, e col tempo, a causa dei tagli del sostegno internazionale, della crisi economica e delle preoccupazioni per la sicurezza, ha intrapreso una politica di rimpatri su larga scala, inizialmente destinata agli immigrati non registrati e poi estesa anche ai titolari di documenti, mettendo a rischio di espulsione oltre due milioni di persone.
Siccome la prospettiva del rientro in patria è tutt’altro che allettante, molti rifugiati afghani in Pakistan, se raggiunti da un provvedimento di espulsione, tendono a guardare alla Turchia e all’Ue, che potrebbero nel corso del 2026 essere interessate da nuovi flussi “secondari” di afghani già emigrati in un paese che riduce le possibilità di soggiorno.
L’Iran e i rifugiati
Significativo nella questione afghana è anche l’Iran, che insieme al Pakistan è il paese che ospita il numero più alto di cittadini provenienti dall’Afghanistan (l’ultimo censimento ufficiale del 2022 ne aveva registrato due milioni, dei quali 750 mila possedevano lo status di rifugiato, 360 mila un permesso di soggiorno e 267 mila arrivavano da ricongiungimenti familiari. Dallo scorso anno il governo ha cominciato a introdurre misure per incoraggiare i rientri volontari e ha lanciato un programma di regolarizzazione per coloro che risultano registrati, ma si trovano in circostanze di particolare vulnerabilità. Chi non soddisfa i criteri resta passibile di espulsione.
Il paese sta vivendo una nuova fase di profonda crisi, fra le recenti manifestazioni di piazza duramente represse e le minacce di Trump: fattori che di certo non facilitano una pianificazione dell’accoglienza per i migranti, quanto piuttosto soluzioni che impattino il meno possibile su un’economia sempre più provata dalle sanzioni internazionali e da un’inflazione che dall’agosto scorso non è mai scesa al di sotto del 40%.
Il Nord Africa, da transito a destinazione?
Negli ultimi anni i paesi del Nord Africa sono passati da paesi di origine e transito a mete di destinazione per molti migranti che non riescono a compiere l’ultimo tratto del viaggio e finiscono per restare in un limbo senza prospettive. Anche in quest’aerea sono soprattutto i conflitti a guidare i flussi migratori: in Egitto l’Unhcr ha registrato 150 mila nuovi rifugiati e richiedenti asilo provenienti dal Sudan solo nei primi sei mesi del 2025, e 1,5 milioni in totale dall’inizio della guerra civile. In Libia, sempre lo scorso anno, la popolazione immigrata è cresciuta del 25% con 867 mila arrivi da Sudan, Niger, Egitto e Ciad.
La Tunisia è il paese che più ha scelto programmi di rimpatrio assistito, e la pressione esercitata sui migranti irregolari avrebbe indotto almeno 5 mila di loro a parteciparvi. Ma secondo i dati raccolti dall’International Centre for Migration Policy Development, la stretta di Tunisi non fa altro che reindirizzare le partenze verso Algeria e Marocco.
La drammatica unicità di Gaza
Rispetto a tutte le altre crisi globali, quella di Gaza è l’unica che non produce migrazioni su larga scala, dato che uscire dalla Striscia è impedito alla quasi totalità della popolazione, stremata dagli attacchi militari israeliani, che non si sono completamente fermati nemmeno dopo il cessate il fuoco, e dallo sfollamento sistematico che ha messo in ginocchio due milioni di persone, privandole dei servizi minimi per la sussistenza. Si calcola che l’81% delle infrastrutture di tutta la Striscia siano andate perdute, oltre a 200 mila edifici residenziali, e che solo il 5% dei gazawi abbia potuto raggiungere i paesi vicini, principalmente per cure mediche.
Il Venezuela e i nuovi scenari migratori
L’attacco statunitense in Venezuela e la cattura del presidente Maduro hanno riportato l’attenzione sui flussi migratori dell’America Latina, non solo verso gli Stati Uniti ma anche in Europa: nel 2025 i venezuelani sono stati i richiedenti asilo nell’Unione Europea più numerosi, secondi solo agli afghani. Cosa accadrà nel corso dell’anno dipenderà soprattutto dalle politiche statunitensi, sempre più aggressive nei confronti dei migranti: nei primi 11 mesi del secondo mandato Trump, più di 1,6 milioni di persone hanno già perso lo status di residenza legale, dei quali 605 mila venezuelani.
Se i nuovi arrivi negli Usa sono sensibilmente diminuiti, i migranti continuano comunque a muoversi all’interno dell’America Latina, soprattutto verso Cile e Brasile, e gli sfollati nel 2025 hanno raggiunto i 6,87 milioni. La rielezione di Trump ha avuto un impatto contenuto sulle dinamiche migratorie europee: se è vero che i cittadini dei paesi dell’America Meridionale hanno incrementato le partenze verso l’Ue, e in particolare la Spagna, le rotte aeree restano per la maggior parte dei migranti economicamente inaccessibili.
La rimozione forzata ed eterodiretta di Maduro da Caracas potrebbe ora ridisegnare lo scenario migratorio del 2026, e le ipotesi avanzate dall’ICMPD sono due: il rientro di una quota significativa della diaspora venezuelana nel paese d’origine o, al contrario, un’ulteriore destabilizzazione che potrebbe innescare nuove partenze.
Ue: arrivi in calo?
Per la prima volta negli ultimi dieci anni, il numero di sfollati a livello globale è diminuito del 5%, scendendo a 117,3 milioni nel 2025. Quello che sembra un dato positivo, nasconde in realtà politiche securitarie e un aumento dei respingimenti alle frontiere. Se guardiamo all’Unione Europea, le domande di asilo sono diminuite del 21%, mentre fra il 2023 e il 2024 il numero dei rimpatri è aumentato del 24,4%: gli ordini emessi sono stati 452.560, anche se solo 110.240 sono stati realmente eseguiti.
Lo scorso anno Frontex ha riportato un totale di 178 mila attraversamenti irregolari dei confini esterni dell’Ue, pari al 26% in meno rispetto al 2024 e al 53% in meno del 2023. Tutte le rotte, tranne quella del Mediterraneo Occidentale che ha avuto un incremento del 5,5%, hanno subito un calo: -64,1% quella dell’Africa Occidentale, -44,9% quella dei Balcani Occidentali e -5,3% quella del Mediterraneo Centrale. I principali paesi d’origine delle persone fermate lungo tutte le rotte sono stati il Bangladesh, l’Egitto e l’Afghanistan. Restano stabili i movimenti nel Canale della Manica verso il Regno Unito (oltre 62 mila), segno che il paese, dopo la Brexit, resta attrattivo per il mercato del lavoro e i ricongiungimenti familiari più di altre destinazioni dell’Unione.
Nuovi accordi europei
Il calo degli attraversamenti del Mediterraneo è in gran parte dovuto agli accordi che l’Europa ha sottoscritto con Libia, Tunisia, Marocco, Egitto, Senegal e Mauritania, ma il riscontro numerico delle politiche securitarie porta a cambi di rotta che rendono i viaggi ancora più rischiosi.
Lo scorso 16 ottobre la Commissione Europea e l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza hanno presentato il Patto per il Mediterraneo, una nuova strategia per consolidare i rapporti economici, la cooperazione socio-culturale e la gestione della sicurezza e della migrazione con dieci paesi mediterranei. Uno degli obiettivi principali è proprio quello di sviluppare un quadro comune per il controllo integrato delle frontiere e il contrasto al traffico dei migranti.
Nel mese di giugno entrerà in vigore anche il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, un pacchetto di norme costituito da 9 regolamenti e una direttiva, che avrà ripercussioni concrete sui diritti delle persone migranti. Tutti coloro che arriveranno alle frontiere esterne all’Europa saranno sottoposti a una procedura di screening obbligatoria, indipendentemente dall’aver presentato o meno una domanda di asilo, che dovrà essere espletata entro 7 giorni. Successivamente le persone saranno trattenute ed espulse oppure potranno richiedere la protezione internazionale. Il paese di ingresso o quello in cui risiedono i familiari sarà responsabile della domanda di asilo, e dunque gli stati membri di frontiera come Spagna, Grecia, Cipro e Italia continueranno a gestire la maggior parte delle domande. Una decisione di rimpatrio assunta da uno stato membro sarà riconosciuta anche dagli altri senza avviare una nuova procedura.
Domande d’asilo in Ue e posizione dell’Italia
Il 95,4% delle domande d’asilo presentate nell’Unione Europea si concentrano in soli dieci paesi, fra i quali l’Italia è al quarto posto dopo Germania, Francia e Spagna con 110 mila richieste, seguita da Grecia, Belgio, Olanda, Austria, Polonia, Irlanda. Tutti gli stati membri hanno registrato un calo nel numero delle domande presentate, e quello italiano è stato del 19,2%, contro il 35,8% della Germania, il 14,9% della Spagna e il 33,7% dell’Austria.
Considerando le richieste arrivate in ciascun paese rispetto al totale della popolazione residente, la Germania è al primo posto anche per numero di abitanti, quasi 84 milioni, e lo scorso anno ha gestito 140.240 domande d’asilo, pari al 20% di tutta l’Unione Europea, mentre la Francia ne ha ricevute 129.750, con una popolazione residente di 66 milioni 746 mila abitanti. La Spagna ha avuto 120.100 richieste, circa diecimila in più dell’Italia, e con una popolazione numericamente inferiore (47 milioni 850 mila contro i 59 milioni e 31mila). In pratica gli asilanti rappresentano in Spagna lo 0,25% della popolazione, contro lo 0,16% in Germania, lo 0,19% in Francia e lo 0,18% in Italia, segno del basso impatto dei richiedenti asilo nei tre paesi leader della Ue, e di uno sforzo più consistente da parte della Spagna.
La creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue ha consentito di inviare i richiedenti asilo respinti che hanno già ricevuto una decisione di rimpatrio in un paese terzo sulla base di un accordo bilaterale o europeo. In questo senso l’accordo Italia-Albania è stato considerato precursore dei futuri – e allarmanti – effetti del Patto, anche se finora le persone inviate nei centri di Shëngjin e Gjadër, sono state poco dopo trasferite in Italia per non applicabilità della procedura accelerata (perché ritenute vulnerabili o provenienti da paesi non sicuri).









