I diritti umani sono sotto attacco dappertutto. Lo sono in occidente, che ne sono stata la culla storica con le codificazioni di tardo settecento e inizio ottocento, come in tutto il resto del mondo. Nessuno Stato al mondo può oggi sollevare in alto con orgoglio e rispetto la bandiera dei diritti umani. Di fronte alle stragi in Iran, ai genocidi e alle guerre che divampano in giro per il pianeta, l’occidente liberale rischia di perdere definitivamente la finta verginità che aveva sul tema del rispetto dei diritti umani e della democrazia. Le migrazioni, a cui è dedicata questa testata, hanno costituito la grande giustificazione per fare carta straccia sia del multilateralismo, nel nome di un sovranismo premoderno, che dei principi di indivisibilità, universalità e interdipendenza dei diritti umani. In questo giornale lo abbiamo raccontato oramai con continuità negli ultimi anni.
La giovane attivista americana Renee Nicole Good, ammazzata per strada da un agente dell’Immigration and customs enforcement agency (Ice) mentre protestava per le deportazioni illegittime e violente di immigrati nei loro paesi di provenienza, costituisce l’altra faccia della tragedia iraniana, dove la ribellione giovanile contro la teocrazia di quel paese è stata repressa nel sangue. Chi dissente di qua e di là dell’Oceano viene intimidito, processato, bastonato, ammazzato. Le democrazie liberali così abdicano a quello che dovrebbe essere il dogma costituente dello Stato di diritto, ossia la protezione delle minoranze dissenzienti nel pieno rispetto del pluralismo delle idee.
C’è però una luce, e non è fioca, in questo panorama nero. La luce è quella delle nuove generazioni. I ragazzi e le ragazze che hanno avuto il coraggio di protestare a viso aperto nelle strade dell’Iran perdendo la vita sono loro la nostra luce. Così come lo sono tutti quelli che lottano contro il razzismo di Stato negli Usa di Trump o quelli che mettono in gioco il loro corpo per salvare in mare i migranti che scappano dalle dittature e dalla fame o infine tutti quelli che fanno sentire la propria voce, alta e non sempre intonata alle corde del potere, contro i crimini di sistema nelle nostre democrazie in crisi.
È una luce che garantisce energia viva e pulita alle nostre democrazie e al mondo che traballa: è una luce brillante prodotta da giovani e giovanissimi che non sono sdraiati a letto, che hanno preservato lo spirito critico e rischiano anche per tutti noi e per le generazioni future. Voci presenti nelle scuole, nelle Università, nelle strade, nelle organizzazioni sociali.
Quando nacque questa testata la chiamammo Open Migration. Oggi forse è il momento di ripensare al titolo che ci inchioda dentro una storia, quella delle migrazioni, che ha preso una piega asfittica, triste. Nel nome di quei ragazzi e di quelle ragazze che hanno perso la vita in Iran vorrei da ora in poi allargare lo sguardo ai diritti umani e alle nuove generazioni che il cloroformio della tecnologia non ha ancora anestetizzato. Grazie a loro siamo ancora vivi e i diritti umani hanno ancora un senso.
[Immagine di copertina. Credit: Foto di Leonardo Basso su Unsplash]










