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Homepage >> Web review >> I migliori articoli su rifugiati e immigrazione 11/2026

I migliori articoli su rifugiati e immigrazione 11/2026

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17 marzo 2026
Che si tratti dei CPR in Albania, o dei lavoratori migranti del Golfo, rifugiati e rifugiate sono sempre e comunque oggetto di strumentalizzazione o soggetti sacrificabili, in un contesto sempre più securitario e strutturalmente razzista.

1. La strumentalizzazione dei CPR in Albania

La deputata Rachele Scarpa ha affermato che il governo sta strumentalizzando i CPR in Albania per proprio tornaconto sul Referendum sulla Giustizia.

“La chiamerei operazione “mistificazione e scaricabarile”, apparecchiata a tavolino per l’ultima settimana di campagna elettorale pre referendum. Mistificazione: non è vero che il Cpr albanese è compatibile con le normative Ue in vigore. C’è in campo da mesi un dubbio che pesa come un macigno, sostanziato dalla Corte d’appello nei due rinvii pregiudiziali pendenti alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE)”, sostiene Scarpa, intervistata dalla giornalista Marika Ikonomu su Domani. E ancora: “Mancava meno di un mese al voto sul referendum della giustizia. Il governo sapeva benissimo che i giudici, in continuità con quanto fatto precedentemente e in virtù dei rinvii pregiudiziali alla CGUE, avrebbero rimandato in Italia chiunque facesse richiesta d’asilo. Ormai mi sembra innegabile che si è cercato a tavolino lo scontro: poter dire, semplificando e mistificando, i giudici liberano i migranti stupratori era un’occasione troppo ghiotta, soprattutto ora che il No sembra essere in rimonta”.

Infine: “Noi parlamentari abbiamo potere ispettivo, ma viene costantemente messo in discussione e ostacolato. Dobbiamo ricostruire, sulla base della consultazione del registro degli eventi critici, persino il numero di persone presenti nel centro. Non abbiamo accesso ai nomi, alle storie sanitarie e giudiziarie dei trattenuti”.

2. La sorte incerta dei lavoratori migranti del Golfo

La maggior parte delle vittime dei missili iraniani negli Emirati Arabi è costituita da lavoratori migranti.

“Dodici delle tredici persone che hanno perso la vita per i missili e i droni iraniani che cadono sulle monarchie del Golfo erano migranti: come Elna Abdullah Nea, appena undici anni, iraniana uccisa in Kuwait; o Mosharraf Hossain, lavoratore e padre bengalese, ammazzato da una scheggia in Arabia saudita; o Saleh Ahmed, 55 anni bengalese, ucciso mentre consegnava dell’acqua a una famiglia emiratina”, scrive la giornalista Chiara Cruciati su Il Manifesto. E ancora: “sono costretti a lavorare comunque, all’aperto, nei cantieri o in sella alle bici, e a vivere in piccoli appartamenti sovraffollati o capannoni accanto ai posti di lavoro, senza bunker o uscite d’emergenza in caso di incendio. Il rischio si moltiplica perché non hanno ripari. Succede lo stesso in Palestina, con i missili di Hezbollah o quelli degli anni scorsi di Hamas: se non hai bunker né protezioni, la probabilità di venire ammazzato cresce a dismisura.
Infine: “Alcune delle loro storie le hanno raccolte in questi giorni quotidiani arabi e internazionali. Quella di Murib Zaman apre il reportage del New York Times da Abu Dhabi: due decenni trascorsi negli Emirati, una famiglia in Pakistan e una rimessa mensile di appena 300 euro. È stato ucciso dalla scheggia di un missile iraniano intercettato dalla contraerea emiratina. Per una settimana – dice al Nyt il 34enne pakistano Majid Ali – quando c’era un’esplosione o l’intercettazione di un missile, correvamo fuori dai campi di lavoro per salvarci ma non sapevamo dove nasconderci o cosa fare”.

3. Il nuovo Disegno di Legge UE sui rimpatri mina i diritti fondamentali

Il 9 marzo 2026, la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo ha approvato gli emendamenti a una proposta della Commissione europea volta a riformare le procedure di rimpatrio nell’UE. Questo regolamento sui rimpatri, proposto per la prima volta dalla Commissione nel marzo 2025, mira a semplificare il processo di rimpatrio dei richiedenti asilo respinti in tutta l’UE.

“Se approvata dalla maggioranza del Parlamento europeo, la nuova legge prevederebbe anche l’introduzione dei cosiddetti “centri di rimpatrio”, ovvero strutture situate al di fuori dell’Unione europea, dove i paesi intendono inviare le persone a cui è stato ordinato di lasciare il paese dopo il rigetto della loro domanda di asilo. Il piano ha scatenato un acceso dibattito. I sostenitori lo considerano una soluzione pratica al problema delle frontiere sovraffollate, mentre i critici mettono in guardia contro potenziali abusi, controversie legali e una precaria dipendenza a lungo termine dai paesi ospitanti” si legge su Info Migrants. E ancora: “Nella sua essenza, il regolamento istituisce un sistema per l’allontanamento sistematico dall’Europa degli individui appartenenti a minoranze razziali. Lo status migratorio funge in questo contesto da  indicatore indiretto dell’appartenenza etnica. Così come le leggi di Jim Crow utilizzavano un linguaggio giuridico neutro dal punto di vista razziale per imporre la gerarchia razziale, il Regolamento UE sulle espulsioni si serve del diritto migratorio per regolamentare la mobilità e l’appartenenza in modi che colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni razzializzate, in particolare le persone di origine africana, sud-occidentale asiatica, sud-orientale asiatica e latinoamericana”, denuncia l’ENAR (European Network Against Racism).

“Cento ONG, in una dichiarazione rilasciata l’11 febbraio, hanno denunciato il rischio di un sistema simile a quello dell’ICE, l’agenzia federale statunitense anti-immigrazione, con raid delle forze dell’ordine in spazi pubblici e abitazioni private alla ricerca di migranti irregolari , sorveglianza tecnologica, raccolta di massa di dati personali, obblighi di segnalazione per i cittadini europei, profilazione e discriminazione nei confronti delle comunità vittime di razzismo”, scrive Simone de la Feld su EU News.

4. Dal Kenya all’Europa, la storia di un rifugiato

Deng* vive nel campo profughi di Kakuma, nel nord del Kenya, da oltre 20 anni. La sua famiglia è fuggita dal conflitto nel Sud Sudan quando lui aveva solo cinque anni. Meccanico qualificato, lavora a lungo riparando veicoli, ma dice che il denaro che guadagna è a malapena sufficiente a mantenere i suoi familiari.

“I tagli agli aiuti nel campo profughi hanno reso la sua vita ancora più difficile. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha introdotto un sistema di “assistenza differenziata” che divide i rifugiati in quattro categorie in base alla loro presunta vulnerabilità. Le famiglie di Categoria 1, considerate le più bisognose, ricevono solo il 40% di una razione alimentare completa, mentre quelle di Categoria 2 ne ricevono il 20%. Le Categorie 3 e 4 – valutate come aventi altri mezzi di sostentamento – non ricevono alcun aiuto alimentare, ma possono beneficiare di un sostegno limitato al sostentamento, se le risorse lo consentono. Deng è stato inserito nella Categoria 3, una valutazione che, a suo dire, non tiene conto della realtà della sua vita: un lavoro a basso reddito, crescenti responsabilità e la sfida quotidiana di pagare cibo, cure mediche e spese scolastiche per i suoi fratelli”, scrive la giornalista Namukabo Werungah sul New Humanitarian, autrice di un videoreportage consultabile qui.

5. I nostri nuovi articoli su Open Migration

In questo approfondimento abbiamo parlato dell’ultimo rapporto ISMU con Guia Gilardoni, ricercatrice. Un quadro preoccupante sulla criminalizzazione della solidarietà nello spazio civico Ue. Ne parliamo nel nostro nuovo approfondimento.

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