Banche dati biometriche, sorveglianza automatizzata, analisi predittive. I confini europei sono sempre più infrastrutture digitali costruite per identificare ed etichettare le persone prima ancora che possano raccontare la propria storia.
Nel Regno Unito, questa trasformazione potrebbe presto passare da una fotografia.
Attualmente in fase di sperimentazione, dal 2027 potrebbe essere introdotto alle frontiere il Facial Age Estimation (FAE). Un sistema di intelligenza artificiale (AI) capace di generare in pochi secondi una stima d’età, analizzando un volto fotografato attraverso un modello addestrato su milioni di immagini di soggetti di età conosciuta.
Stando al governo britannico, sarebbe l’opzione “più conveniente” per aiutare gli agenti dell’immigrazione a determinare se un richiedente asilo che dichiara di essere minorenne abbia davvero meno di diciotto anni. Non sostituirebbe la valutazione umana, ma l’accompagnerebbe fornendo un numero approssimativo. Che però può apparire più neutrale e scientifico di quanto non sia realmente.
Per quanto noto, non ha precedenti che una tecnologia creata per impedire ai minori l’accesso a prodotti e servizi vincolati a limiti di età, come alcolici o contenuti online per adulti, sia utilizzata per contribuire a decisioni che stabiliscono quali diritti riconoscere o negare a chi si affaccia alla frontiera. Per orientare il percorso di accoglienza, o quello di respingimento.
Il FAE non legge l’età. La deduce. Cerca nei lineamenti, nella pelle, nella struttura facciale caratteristiche associate a specifiche fasce anagrafiche e restituisce una probabilità. Non sa nulla della storia impressa su quel viso. Della stanchezza, della malnutrizione, dello stress e dei traumi che possono aver lasciato segni profondi su chi è stato costretto ad affrontare il deserto, il mare o le carceri libiche. Non può comprendere quanto la qualità dello scatto, la luce o l’angolazione abbiano distorto i tratti somatici. Soprattutto, conserva margini di errore significativi intorno alla soglia più critica, quella tra i 16 e i 18 anni, cancellando ogni certezza.
E per chi è più vulnerabile, l’incertezza è pericolo. Se l’algoritmo sbaglia, quella svista non rimane sullo schermo. Diventa un bambino costretto in una stanza condivisa con adulti, un tutore che non arriva, protezione e cure che si fanno più lontane. Nel peggiore dei casi, la porta chiusa di un centro di detenzione o un posto su un volo di rimpatrio.
Lighthouse Reports ha passato al vaglio i dati di benchmark del National Institute of Standards and Technology (NIST) sul software della società tedesca Cognitec Systems, scelta come fornitore Oltremanica. Il NIST lo aveva testato su quattro diverse raccolte fotografiche delle autorità statunitensi: richieste di visto, uffici immigrazione, controlli di frontiera e arresti.
Da quei dati, gli autori dell’inchiesta, pubblicata lo scorso giugno in collaborazione con Wired e The Independent, hanno ricavato risultati allarmanti. Nel set degli scatti di frontiera, generalmente di qualità inferiore, oltre due terzi dei sedicenni sarebbero stati classificati come adulti. E tenendo in conto tutti e quattro gli archivi, più della metà dei sedicenni dell’Africa occidentale sarebbe stata stimata maggiorenne, contro meno di un quarto di quelli dell’Europa orientale.
Un rapporto riservato dell’Home Office avrebbe poi documentato ad aprile 2025 – tre mesi prima che il FAE venisse annunciato, in luglio – i limiti e le disparità nelle prestazioni del sistema risultato migliore (non identificato) tra quelli esaminati. Sui volti femminili dell’Africa subsahariana in particolare si sarebbe registrato uno scarto medio di 4,6 anni, abbastanza da scambiare quattordicenni per adulte.
Inaffidabilità ed errori che sembrerebbero seguire precise linee di provenienza e di genere, dunque.
Eppure, la consapevolezza di quanto lo strumento fosse “spaventosamente impreciso” – citiamo Tim Cole, professore emerito presso l’Institute of Child Health del University College London ed ex membro del comitato scientifico di riferimento – non sarebbe bastata a fermare il progetto, spinto da ingombranti ragioni politiche.
Più di sessanta organizzazioni per i diritti umani e digitali, da Human Rights Watch a Foxglove, hanno chiesto al governo di Sua Maestà di bloccare l’adozione di una tecnologia ancora troppo fallibile e troppo poco trasparente. Le rassicurazioni di Downing Street non sciolgono il dubbio centrale: quanto può pesare, nella pratica, un numero prodotto da una macchina? Quanto è concreto il pericolo che il giudizio umano, anziché valutarlo con cautela, finisca per seguirlo senza riserve?
Chi risponderà quando su quel numero si giocherà il futuro di un ragazzino?
Anche sul Continente è il caso di iniziare a chiedersi quanto spazio le istituzioni siano disposte a concedere agli algoritmi, se ai confini dell’Unione svettano sempre più alti i muri digitali.
Dal 12 giugno 2026 è per esempio operativo il nuovo Eurodac, uno dei pilastri informatici del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Nato come database sull’asilo, oltre alle impronte oggi memorizza immagini facciali, nome, data di nascita, nazionalità, copie dei documenti, informazioni sulla domanda e la situazione migratoria. In particolari circostanze, segnalazioni su presunte minacce di sicurezza. E non riguarda più solo i richiedenti asilo: c’è chi viene intercettato dopo un ingresso irregolare, chi è sbarcato dopo un soccorso in mare, chi è stato fermato senza titolo di soggiorno, chi è ammesso tramite programmi di reinsediamento. Ci sono pure i bambini, a partire dai sei anni.
Nei fatti, al di là di ogni retorica istituzionale, parliamo ormai di un’operazione di tracciamento di massa. Sfruttando il confronto biometrico e biografico automatizzato e la propria integrazione nel più ampio ecosistema europeo di governo delle frontiere, Eurodac ora opera sulla sorveglianza capillare dell’identità migratoria, ricostruendo spostamenti, registrazioni, passaggi amministrativi.
Si rafforza la vasta architettura interoperabile europea sulla premessa che il migrante sia qualcuno da schedare e piantonare. Un sospetto permanente. Così, corrette o no che siano, le informazioni s’incrociano e saltano rapide da un sistema all’altro, da un Paese all’altro. Cristallizzando un profilo che condiziona il modo in cui una persona viene letta e trattata. Per restare intrappolati in questa gabbia di dati è sufficiente un’impronta digitale danneggiata, una data di nascita trascritta male, un dialetto mal classificato. E con la responsabilità che si disperde tra fornitori, consorzi di ricerca, autorità nazionali e agenzie europee, resta da capire a chi appellarsi, come contestare un risultato, da chi pretendere una correzione. Intanto possono passare degli anni.
Non solo le grandi banche dati. Già nel 2023 il Refugee Studies Centre dell’Università di Oxford segnalava tecnologie per la gestione della migrazione e l’asilo utilizzate o sperimentate in almeno una decina di paesi europei. Dispositivi di rilevamento delle menzogne, come iBorderCtrl, testati in Grecia, Lettonia e Ungheria; estrazione di informazioni dai telefoni cellulari integrata in Norvegia, Danimarca, Germania e Paesi Bassi. Intelligenza artificiale sempre più spesso impiegata per verificare documenti, riconoscere dialetti regionali, esaminare informazioni biometriche e attribuire profili di rischio a domande, casi e persone. Una rete fittissima, a cui si sommano gli sciami di droni, sensori offshore e satelliti, inclusi quelli che alimentano Eurosur, mobilitati per mappare e anticipare i movimenti diretti alle frontiere, come accade lungo la linea greco-turca e nell’Egeo.
Tutto questo non è nemmeno economicamente marginale. Secondo Statewatch, tra il 2007 e il 2020 l’UE ha speso 341 milioni di euro nella ricerca sull’AI applicata alle procedure migratorie e d’asilo. Nel ciclo 2021-2027, ECRE e PICUM calcolano un aumento del 45% dei fondi stanziati per gli apparati di frontiera rispetto al periodo precedente, in larga parte assorbiti dalla sorveglianza tecnologica. Oltre 1 miliardo per la sola Grecia.
L’AI Act, celebrato come pionieristico sul tema, chiude il cerchio svelando la gerarchia di protezione che finisce per disegnare.
Nella vita ordinaria europea, il regolamento traccia diverse linee rosse, vietando applicazioni considerate pericolose e imponendo rigorosi requisiti di vigilanza e responsabilità per i sistemi inquadrati ad alto rischio. Alle frontiere, le garanzie arretrano.
Nessun divieto per molte delle tecnologie invasive più impiegate nel contesto, tenute fuori dalla ristretta categoria dell’alto rischio. E anche quelle che vi rientrano restano sottoposte a un regime di tutele assai ridotto, tra eccezioni, deroghe e obblighi di trasparenza fortemente attenuati per le autorità migratorie e di polizia – regime destinato, peraltro, a scattare soltanto nel dicembre 2027, mentre la normativa è in via generale già applicabile da questo agosto. Le grandi infrastrutture digitali potranno addirittura attendere la fine del 2030 per adeguare i propri componenti AI. E il richiamo alla sicurezza nazionale potrà esonerare gli Stati dal perimetro di legge su vari impieghi, aprendo una scappatoia tanto ampia quanto difficile da sanare.
Nel frattempo, i confini europei continuano a funzionare come una zona franca del diritto, un laboratorio del controllo. Quanto ci metterà ciò che oggi normalizziamo sulla pelle di migranti e rifugiati a farsi, domani, ordinario per tutti?









