Mentre in Italia il dibattito pubblico si concentra sulla denatalità e sull’emigrazione dei giovani qualificati, c’è un fenomeno che sta assumendo dimensioni significative: quello delle famiglie italiane che scelgono di vivere all’estero e di crescere lì i propri figli. Secondo le elaborazioni della Fondazione Migrantes contenute nel Rapporto Italiani nel Mondo, ogni anno circa 25 mila bambini nascono all’estero da genitori italiani. A questi si aggiungono circa 15mila minori iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) insieme alle proprie famiglie. Nel complesso, si tratta di circa 40 mila giovani cittadini che iniziano o proseguono il proprio percorso di vita fuori dall’Italia.
Dietro questi numeri ci sono storie diverse: professionisti che si trasferiscono per lavoro, giovani coppie, ricercatori o singoli che scelgono l’espatrio guidati non solo dal bisogno economico, ma da una spinta profonda verso una migliore qualità della vita e una maggiore stabilità per il futuro dei propri figli.
A raccontare questa realtà è la giornalista Eleonora Voltolina nel libro Crescere Expat. Famiglie italiane in giro per il mondo (Tau Editrice), nato da un’indagine globale che ha coinvolto oltre 1.200 partecipanti. Il 78% delle risposte è arrivato da persone che oggi vivono nel continente europeo, e il restante 22% dal resto del mondo. I paesi più rappresentati sono stati Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti. Testimonianze sono arrivate però anche dal’Australia, dagli Emirati Arabi, dalla Spagna, Svizzera, Paesi Bassi, Belgio e Austria. Ci son stati anche expat dalla Svezia, dall’Irlanda, dalla Norvegia, dal Portogallo, dal Canada e da Singapore.
“Volevo capire come si vive la genitorialità all’estero e quali sono le opportunità, ma anche le difficoltà, che incontrano le famiglie italiane che hanno scelto di trasferirsi”, spiega Voltolina. Anche lei è una expat. Anche lei dopo il Covid ha lasciato Milano per trasferirsi nella Svizzera francese, con suo marito e la loro figlia che, all’epoca, aveva 7 anni e mezzo.
Perché si parte: stabilità, lavoro e prospettive
Una delle convinzioni più diffuse è che avere figli rappresenti un ostacolo alla mobilità internazionale, ma la ricerca racconta una realtà molto più articolata. “Il fatto di essere già genitori al momento dell’espatrio, lungi dal funzionare come freno, è stato un forte incentivo”, spiega Eleonora Voltolina. Se nell’immaginario comune lo sradicamento di un minore è visto come un trauma da evitare, il questionario alla base della ricerca mostra l’esatto opposto: si parte proprio per i figli, per offrire loro contesti educativi più ricchi, servizi efficienti e mercati del lavoro futuri più sani e meritocratici.
Per chi invece parte senza figli, l’espatrio iniziale è guidato dalla curiosità, da migliori offerte lavorative o da un fattore più amaro: “Una grandissima spinta all’espatrio, triste ma vera, è quella di non sentirsi a proprio agio con la situazione economico-politica in Italia”, racconta la giornalista. Una fuga da un Paese percepito come non performante, in cui è difficile pianificare il domani.
Una volta all’estero, la percezione della genitorialità cambia radicalmente. Tre quarti dei partecipanti all’indagine dichiarano che fare figli all’estero è sensibilmente più facile rispetto all’Italia. Trovare un lavoro stabile, un reddito sicuro e un welfare protettivo sblocca il desiderio di genitorialità che in patria era rimasto compresso dal precariato e dall’incertezza economica.
Tra flessibilità e barriere
Il percorso migratorio non è però una linea retta priva di ostacoli. Lo sanno bene i protagonisti delle storie raccolte nel saggio, che incarnano i successi e le fatiche quotidiane dell’espatrio. Tra le testimonianze raccolte c’è quella di Michela Giusti, educatrice dell’infanzia originaria di Bologna, che da dieci anni vive in Germania dopo una prima esperienza in Svizzera.
Il trasferimento nasce dall’opportunità professionale ricevuta dal compagno, ricercatore universitario. “Eravamo a Pisa e il mio compagno lavorava nella ricerca con contratti precari”, racconta. “Quando gli proposero un colloquio in Canada decidemmo di provarci. Poi arrivò un’altra chiamata, da Losanna, ed è lì che è iniziata la nostra avventura all’estero”. In Svizzera nasce anche il loro primo figlio. Poi, dopo quattro anni, un nuovo trasferimento, questa volta in Germania. Qui diventano genitori per la seconda volta. Se da un lato il cambiamento ha portato nuove opportunità, dall’altro ha fatto emergere difficoltà spesso poco visibili.
Una delle principali riguarda il riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali. “Per lavorare nel mio settore è necessario che il titolo venga riconosciuto dalle autorità locali”, spiega Michela. “Le procedure possono essere lunghe e complesse. Nel frattempo bisogna trovare un equilibrio tra lavoro, famiglia e assenza di una rete di supporto”. Una situazione comune a molti partner che seguono il coniuge o il compagno all’estero e che si trovano a dover ricostruire da zero il proprio percorso professionale.
“Quando i bambini sono piccoli e non hai parenti vicini, capita che una delle due carriere venga temporaneamente sacrificata. Spesso succede alle donne, anche in contesti che sulla carta sono molto avanzati sul piano delle politiche familiari”, commenta Eleonora Voltolina.
La sfida del bilinguismo e dell’adattamento
Crescere figli all’estero significa anche confrontarsi con la gestione della lingua e dell’identità culturale. Raffaele De Rosa, linguista e germanista che vive in Svizzera da oltre trent’anni, ha dedicato parte della propria attività di ricerca al bilinguismo infantile. Padre di tre figli cresciuti tra italiano e tedesco, ricorda come in passato fosse diffusa l’idea che parlare più lingue potesse creare difficoltà ai bambini.
“Quando i miei figli erano piccoli un insegnante mi suggerì di parlare soltanto tedesco con loro per evitare possibili problemi scolastici”, racconta. “Da linguista sapevo che non era così”. La sua esperienza sul campo conferma quanto emerge da numerosi studi scientifici sul tema, che dimostrano come i bambini siano perfettamente in grado di acquisire più lingue contemporaneamente. A volte una delle due sembra prevalere in alcune fasi della crescita, ma questo non significa affatto che l’altra venga persa. Per De Rosa la sfida principale non è tanto imparare l’italiano quanto mantenerlo nel tempo.
“Il rischio è che diventi una lingua utilizzata solo in ambito familiare, limitata alle conversazioni quotidiane. Per questo è importante offrire occasioni di lettura, scrittura e approfondimento culturale”, afferma.
Oltre alla lingua, il trasferimento in un altro Paese comporta un profondo confronto con abitudini e modalità relazionali differenti. Michela Giusti ricorda i primi mesi in Germania come un periodo di forte adattamento personale.
“All’inizio il tedesco mi sembrava una lingua molto difficile”, racconta. “Facevo fatica a seguire le conversazioni e mi sentivo spesso spaesata”. Anche gli aspetti culturali hanno richiesto tempo per essere assimilati e compresi a fondo. “Mi colpiva il fatto che negli spazi pubblici ci fosse meno interazione spontanea rispetto a quella a cui ero abituata in Italia. Non è una questione di freddezza: semplicemente sono modi diversi di vivere le relazioni”.
Con il passare degli anni molte di quelle differenze sono diventate familiari, ma il processo di integrazione resta uno degli aspetti più complessi dell’intera esperienza migratoria.
Welfare di prossimità: papà a casa e ostetriche a domicilio
Per quanto riguarda il tasso di fecondità in Europa, l’Italia è terzultima, con 1,21 figli per ogni donna in età fertile (fanalino di coda è Malta con 1,06), mentre al primo posto c’è la Bulgaria, con 1,81 figli per donna.
Se la socializzazione può essere difficile, sul fronte dei servizi i paesi del Nord e Centro Europa offrono soluzioni che in Italia sembrano fantascienza. Il saggio di Eleonora Voltolina mette in luce due temi caldi: il supporto post-parto e il congedo di paternità. “Quando si chiede ai genitori expat quale servizio o quale policy sperimentata all’estero vorrebbero importare subito in Italia, c’è un vero e proprio plebiscito per il servizio di assistenza domiciliare post-parto”, rivela l’autrice.
In Italia, il sistema sanitario garantisce elevatissimi standard di sicurezza durante la gravidanza e il parto. Tuttavia, una volta dimesse dall’ospedale, le neomamme vengono spesso lasciate sole. Nel Centro e nel Nord Europa, invece, è prassi consolidata l’invio gratuito a domicilio di un’ostetrica professionista nelle settimane e nei mesi successivi alla nascita. Questo servizio supporta l’allattamento, controlla la ripresa fisica della madre, monitora la salute del neonato e previene l’insorgere di fragilità psicologiche come il baby blues o la depressione post-parto. “Non devi essere tu, magari dolorante, stanca e confusa, a doverti vestire, preparare il neonato e recarti in clinica o al consultorio; è lo Stato che viene a casa tua, bussa alla tua porta, ti rassicura e si prende cura di te nel tuo ambiente. Questo fa tutta la differenza del mondo”, sottolinea Voltolina.
Ma non va sempre meglio. In Australia e a Singapore, ad esempio, gli aiuti statali per i genitori sono fruibili solo da chi ha la cittadinanza di quel paese, motivo per cui alcuni nostri expat ne son rimasti fuori. Anche se, tra i residenti in Asia, spesso le condizioni vantaggiose si palesano in via indiretta, come la possibilità di avere personale domestico a prezzi molto più bassi del Belpaese.
L’altro pilastro fondamentale analizzato nella ricerca è il coinvolgimento dei padri attraverso il congedo parentale. Mentre in Italia il congedo di paternità obbligatorio è ancora ridotto a una manciata di giorni, all’estero i modelli a cui guardare sono decisamente più coraggiosi. “La proposta più forte avanzata dai genitori e sposata nella mia indagine guarda al modello spagnolo: quattro mesi di congedo obbligatorio e pagato al 100% per ciascun genitore, non trasferibili”, evidenzia Voltolina. Una misura che non serve solo a dare una mano in casa, ma a scardinare l’idea che la cura dei figli sia un “problema delle donne”, azzerando la penalizzazione professionale delle madri sul mercato del lavoro, la cosiddetta motherhood penalty.
La ferita invisibile: i genitori che invecchiano lontano
Se il bilancio della vita expat pende decisamente verso il positivo in termini di opportunità, esiste una ferita profonda, silenziosa e comune a quasi tutti gli emigrati: la distanza dai genitori che invecchiano in Italia.
La tecnologia, con le sue videochiamate quotidiane, aiuta a mantenere vivo il filo diretto tra nonni e nipoti, ma non può colmare la mancanza di fisicità e di supporto quotidiano nei momenti di fragilità.
Dall’indagine emerge che il 38% degli intervistati esprime il desiderio di avere i propri genitori più vicini, talvolta immaginando un loro trasferimento nel Paese di residenza. “Questo dato è più un desiderio emotivo che un piano d’azione concreto”, analizza Voltolina. “I nonni spesso hanno la loro vita in Italia, la loro casa, le loro abitudini, altri figli o nipoti, e fare un espatrio a 70 o 80 anni senza conoscere la lingua locale è un’impresa quasi impossibile. Ma questa percentuale è la spia di una grande fragilità. Quando i genitori rimasti in Italia iniziano ad ammalarsi o a diventare non autosufficienti, si scatenano sensi di colpa dolorosi e laceranti, soprattutto se ci sono fratelli o sorelle rimasti in patria a farsi carico della quotidianità dell’assistenza. È, senza dubbio, il prezzo emotivo più alto che paghiamo per la nostra mobilità”.
Un’idea “fluida” di casa
Il 44,5% degli intervistati nella ricerca di Crescere Expat dichiara esplicitamente di non voler tornare in Italia. Un radicamento che si consolida con il passare degli anni e con la crescita dei figli nei sistemi scolastici esteri. I bambini che crescono oggi in queste famiglie multiculturali e plurilingui appartengono a una terza categoria: sono cittadini mobili, nel senso più profondo e pratico del termine.
Considerare queste 40.000 partenze annuali esclusivamente come una “perdita” o un tradimento è un errore di prospettiva. Queste famiglie rappresentano una risorsa straordinaria e l’avanguardia di un’Italia internazionale. Per loro, il concetto stesso di patria finisce per sfumare in qualcosa di più intimo e meno geografico.
La definizione migliore di questo sdoppiamento d’identità la dà Michela Giusti. “Durante un viaggio verso l’Italia per andare a trovare i nonni io, tutta entusiasta, ho detto ai bambini: ‘Dai, fate i bravi che tra poco andiamo a casa!’. Mio figlio, che all’epoca aveva sei anni, mi ha guardata e mi ha corretta: ‘No, mamma. Noi andiamo a trovare i nonni. Casa nostra è questa qui, in Germania’. Lì per lì mi si è stretto un po’ il cuore, lo ammetto”. Eccole le trasformazioni più profondo vissute dalle famiglie expat. Perché la casa non è solo il posto in cui sei nato, ma dove decidi di costruire la tua quotidianità, anche se per terra c’è il parquet tedesco e fuori dalla finestra c’è la nebbia.









