La questione criminale è sempre anche una questione sociale. Leggerla con le lenti lombrosiane è antistorico, ascientifico. Considerare la criminalità solo una questione di sicurezza è sciocco e suicida. L’Italia sarebbe un paese più sicuro con meno immigrati? Non c’è viaggio in treno, discorso in un bar, chat o conversazione social dove non si accostino criminalità e immigrazione. Un accostamento fondato sulla mera percezione. Quella percezione sulla base della quale si sono costruite, negli ultimi trent’anni, le politiche di sicurezza sia a livello italiano che europeo.
Racconto un episodio autobiografico per provare a spiegare quanto il paese sia cambiato negli ultimi decenni. All’inizio degli anni ’90 io ero un giovane neolaureato in giurisprudenza a Bari. Ad agosto del 1991 non ci fu barese che non si diresse verso il porto per portare latte, cibo, solidarietà ai ventimila albanesi che arrivarono in massa in città. Non saranno stati i sessantamila dei giorni scorsi a Ceuta ma non erano certamente pochi e non era mai accaduto nulla di simile in Italia. Si sviluppò nei dintorni del Lungomare di Bari una gara di amicizia e fraternità. L’immigrazione non era ancora vissuta come un tema solo ed esclusivamente di ordine pubblico. Pochi mesi dopo vinsi un concorso pubblico e fui assunto dal Ministero della Giustizia per andare a lavorare come vicedirettore di carcere a Padova. Capii subito che l’immigrato ero io. E subito capii che l’immigrato ero io. Feci un’enorme fatica a trovare un appartamento in affitto. Eppure ero scolarizzato, parlavo un italiano senza errori, seppur con evidente, e mai nascosta, inflessione barese. Ero stato inviato a Padova per fare un lavoro che in qualche modo aveva a che fare con la sicurezza. Ero però meridionale e vivevo sulla mia pelle un sentimento di superiorità sociale da parte di un pezzo della città. Quella che veniva esercitata nei miei confronti era una manifestazione di evidente stampo classista. Per quei padovani che erano diffidenti nei miei confronti io, seppur laureato in legge, ero percepito come un corpo estraneo, potenzialmente pericoloso. A quei tempi i due terzi della popolazione reclusa provenivano da sole quattro regioni del sud del paese. E così in modo superficiale si confondeva la questione meridionale con quella criminale. Ed anche io, onesto, laureato e funzionario pubblico ero percepito come un potenziale criminale. Quello praticato nei confronti di noi ‘terroni’ non era però razzismo classico, essendo io bianco e italiano. Era forse solo un esempio di suprematismo economico e morale, fondato su stereotipi, pregiudizi, ignoranza.
Alla fine del 1991 gli stranieri erano circa il 15% della popolazione detenuta in Italia. Nel decennio successivo con il passaggio verso la Seconda Repubblica, l’ascesa di Berlusconi e della Lega, la fine dei partiti di massa, l’allargamento della UE ad est e l’apertura delle frontiere, le guerre nei Balcani, l’immigrazione indo-europea è inevitabilmente cresciuta. Dopo gli albanesi sono arrivati i profughi dalla ex Jugoslavia, i polacchi e i rumeni, e ovviamente è cresciuto il tasso degli stranieri detenuti. Agli inizi del secondo millennio, ossia ai tempi della prima legge quadro che confinò l’immigrazione nel campo della sicurezza, i detenuti stranieri erano percentualmente raddoppiati, giungendo al 29,48% alla fine del 2001. Ciò accadde anche perché i flussi migratori non furono minimamente veicolati nei circuiti della vita legale, lavorativa. Gli immigrati furono buttati nel buio della vita clandestina, rendendo inevitabile la sovrapposizione tra vita e devianza. Con la legge Bossi-Fini (la nomizzazione delle leggi è parte della strategia demagogica dell’era contemporanea: le leggi più truci, nel dibattito pubblico, prendono il nome dei proponenti, per strategia di questi ultimi che intendono capitalizzarne gli effetti a livello elettorale) l’immigrazione di per sé è confinata nell’illiceità penale. Se ne videro gli effetti sui numeri che crebbero significativamente: a fine 2007 gli stranieri arrivarono a essere il 37,45% della popolazione detenuta. Nel frattempo l’immigrazione era però cambiata. Guerre, carestie, povertà hanno spinto nel tempo milioni di persone a spostarsi dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa e l’Italia. Un’immigrazione non più bianca, ma nera. E qua cambia ancora la risposta politica.
Dalla fine del decennio 2001-2010 si registra qualcosa di incredibile, che avrebbe dovuto sorprendere chiunque abbia avuto a che fare con la politica e l’informazione. Nonostante le campagne fobiche contro gli immigrati, nonostante l’accostamento brutale e razzista dell’immigrato di colore al nemico-criminale da recludere e deportare, nonostante i numeri raddoppiati degli stranieri presenti regolarmente o no in Italia, il tasso di detenzione di questi ultimi è sceso al 31,42% alla data del 30 giugno 2026. Sei punti percentuali in meno in diciotto anni e mezzo. Ma come si può ignorare una tendenza statistica così significativa per la sicurezza di tutti noi? Come si può ignorare che negli ultimi quindici anni vi sono, e adesso mi riferisco ai numeri assoluti, ben quattromila detenuti stranieri in meno nelle carceri italiane nonostante gli stranieri siano aumentati di circa 2 milioni di unità in Italia? Lo si fa talvolta per superficialità, talvolta però per assecondare un impulso suprematista, questa volta razzista. Un razzismo tragico che insegue la cosiddetta linea del colore e su quella linea fonda le proprie politiche di carcerazione di massa.









