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Homepage >> Approfondimento >> White Lives Matter? Il caso britannico e il mito del razzismo anti-bianco

White Lives Matter? Il caso britannico e il mito del razzismo anti-bianco

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10 giugno 2026 - Andrea Oleandri
Le proteste scoppiate nel Regno Unito dopo l'uccisione di un giovane bianco hanno portato a lanciare lo slogan "White Lives Matter" e la tesi di un presunto razzismo anti-bianco. Ma cosa accade quando si confrontano queste narrazioni con i dati sulla profilazione razziale, sulla violenza delle forze dell'ordine e sulle discriminazioni documentate? Un viaggio tra Europa e Stati Uniti per capire perché White Lives Matter e Black Lives Matter non sono affatto equivalenti.

Lo scorso dicembre un ragazzo di 18 anni è morto in Gran Bretagna, accoltellato da un altro uomo che, nei giorni scorsi, è stato condannato all’ergastolo, con una pena minima di 21 anni prima di poter chiedere la libertà condizionale. La condanna e la diffusione dei video delle body cam degli agenti hanno creato momenti di forte tensione nel paese, alimentati soprattutto dalle forze di estrema destra e dal partito Reform UK di Nigel Farage. 

Infatti l’accoltellatore è un ragazzo sikh di 23 anni e, all’intervento della polizia, aveva detto che era stato il diciottenne ad aggredirlo, giustificando la matrice razzista del gesto. I poliziotti gli avevano creduto e avevano ammanettato il ragazzo ferito, per circa un minuto, prima di rendersi conto di quanto accaduto e aver chiamato i soccorsi. 

La dimostrazione, secondo i capi delle proteste – alcune violente, che ci sia un razzismo contro i bianchi, da qui lo slogan “White lives matter”, che si rifà chiaramente al “Black lives matter” nato negli Stati Uniti qualche anno fa. 

Esiste davvero un problema di razzismo verso i bianchi?

Possono certamente esistere episodi di discriminazione, errori investigativi o sottovalutazioni che coinvolgono persone bianche. Il caso avvenuto in Gran Bretagna sembra mostrare proprio questo: un giovane accoltellato che, almeno nei primi momenti dell’intervento, è stato trattato dagli agenti come un sospetto anziché come una vittima.

Ma per parlare di razzismo sistemico non basta individuare un singolo episodio. Occorre verificare se esistano modelli ricorrenti, statisticamente osservabili, che producono conseguenze sfavorevoli per un determinato gruppo etnico.

Ed è qui che il quadro cambia radicalmente.

Da anni le istituzioni europee segnalano come la profilazione razziale continui a essere una pratica diffusa nei confronti delle minoranze etniche. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), nella ricerca “Being Black in the EU”, ha rilevato che il 24% delle persone afrodiscendenti intervistate era stato fermato dalla polizia nei cinque anni precedenti e che il 41% di coloro che avevano subito un controllo riteneva che l’ultimo fermo fosse motivato dal colore della pelle. Nell’aggiornamento del 2023 la percentuale sale addirittura al 58% tra le persone fermate nell’ultimo anno.

La percezione non riguarda soltanto il momento del controllo. Lo stesso studio mostra che chi ritiene di essere stato vittima di profilazione razziale manifesta livelli di fiducia nelle forze dell’ordine significativamente inferiori rispetto agli altri cittadini.

Anche la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa continua a indicare la profilazione razziale come uno dei principali problemi delle forze di polizia europee. Nel suo ultimo rapporto annuale l’organismo ha sottolineato come nessun Paese europeo possa considerarsi immune dal fenomeno e ha invitato gli Stati a raccogliere dati, rafforzare la formazione degli agenti e introdurre meccanismi indipendenti di controllo.

Le raccomandazioni rivolte alle istituzioni europee e nazionali non riguardano dunque un presunto razzismo anti-bianco. Riguardano invece la necessità di contrastare pratiche discriminatorie che colpiscono in modo sproporzionato persone nere, rom, arabe o percepite come straniere.

Anche in Italia il dibattito non è nuovo. Diversi studi e osservatori hanno evidenziato come cittadini stranieri e persone appartenenti a minoranze etniche risultino sovra-rappresentati nei controlli di polizia e nel sistema penale, alimentando il sospetto che stereotipi e pregiudizi influenzino almeno in parte le pratiche di controllo sociale.

Perché Black Lives Matter ha senso e White Lives Matter no

Appare evidente che chi ha lanciato lo slogan “White Lives Matter” si voglia inserire in una narrazione che, negli anni, è stata forse tra le più potenti forme di protesta e presa di coscienza a livello globale. Un tentativo di depotenziare una rivendicazione che, soprattutto le organizzazioni e i movimenti di suprematisti bianchi, come alcuni di quelli che stanno in questi giorni protestando in Gran Bretagna, hanno vissuto come un peso e una minaccia. Capace di irrompere con una forza dirompente sulla scena pubblica e politica e far avanzare rivendicazioni di eguaglianza. 

Dire che i bianchi sono discriminati in quanto bianchi, significa anche contrastare la denuncia rispetto alle discriminazioni delle persone nere. Riprendere quel frame del “essere ospiti a casa nostra”, respingere il “politicamente corretto” e quel “wokismo” contro cui negli ultimi anni, proprio i movimenti di estrema destra, si sono scagliati con forza. 

Respingere questa equiparazione è dunque fondamentale. E lo è ancora di più perché “White” e “Black” Lives Matter nascono da contesti completamente e profondamente diversi. 

Quando nel 2013 viene lanciato l’hashtag #BlackLivesMatter, gli Stati Uniti stavano vivendo una lunga serie di casi che coinvolgevano cittadini afroamericani uccisi da parte delle forze dell’ordine o da vigilantes armati: Trayvon Martin, Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Sandra Bland, Philando Castile e molti altri.

Per misurare il fenomeno, nel 2015 il Guardian aveva il progetto “The Counted”, il primo database indipendente che prova a censire tutte le persone uccise dalla polizia negli Stati Uniti.

I dati mostrano che circa il 29% delle persone uccise dalla polizia era afroamericano, nonostante gli afroamericani rappresentassero soltanto il 13% della popolazione statunitense. Ancora più significativo era il dato sulle persone disarmate: il 32% degli afroamericani uccisi non aveva armi con sé, contro il 15% dei bianchi.

A fine 2015 il Guardian aveva registrato 1.134 persone uccise dalle forze dell’ordine. I giovani uomini afroamericani tra i 15 e i 34 anni risultavano il gruppo più esposto: avevano una probabilità di essere uccisi dalla polizia circa cinque volte superiore a quella dei coetanei bianchi.

Cinque anni dopo, nel 2020, quella tensione accumulata nel tempo sarebbe esplosa nuovamente. L’uccisione di George Floyd a Minneapolis, ripresa in un video diventato virale in tutto il mondo, non rappresentò infatti un episodio isolato ma l’ennesimo caso inserito in una lunga sequenza di morti che avevano già alimentato il dibattito pubblico negli Stati Uniti.

Pochi mesi prima, Breonna Taylor, una giovane operatrice sanitaria afroamericana, era stata uccisa nella sua abitazione durante un’operazione di polizia a Louisville. Nello stesso periodo il caso di Ahmaud Arbery, inseguito e ucciso da due uomini bianchi mentre faceva jogging in Georgia, aveva suscitato indignazione nazionale. Negli anni precedenti i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Sandra Bland e Philando Castile erano già diventati simboli delle mobilitazioni contro la violenza e la discriminazione razziale.

Black Lives Matter nasce dunque come risposta a una disparità osservabile e misurabile. Non sostiene che le vite nere contino più delle altre, ma che, nella pratica delle istituzioni e dell’uso della forza, sembrino contare meno.

White Lives Matter compie invece un’operazione opposta: prende un singolo episodio o una percezione di ingiustizia e la trasforma nella prova di una discriminazione sistemica che, almeno allo stato attuale delle evidenze, non trova riscontro nei dati disponibili.

È questa la differenza fondamentale tra i due slogan. Uno nasce per denunciare una disuguaglianza documentata. L’altro nasce per contestare l’esistenza stessa di quella disuguaglianza.

Chi decide quali vite contano?

Un ulteriore elemento che aiuta a comprendere la differenza tra Black Lives Matter e White Lives Matter riguarda la selettività dell’indignazione.

Nel gennaio 2026 due cittadini statunitensi bianchi, Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti, sono stati uccisi da agenti federali dell’immigrazione durante operazioni dell’ICE in Minnesota. Le circostanze delle loro morti hanno generato proteste, richieste di indagini indipendenti e un ampio dibattito sull’uso della forza da parte delle autorità federali. Nel caso di Pretti, diversi video diffusi successivamente hanno inoltre contribuito a contestare la ricostruzione inizialmente fornita dalle autorità.

Se lo slogan White Lives Matter fosse realmente un movimento nato per denunciare la violenza delle istituzioni nei confronti delle persone bianche, questi due casi avrebbero probabilmente occupato un posto centrale nella sua narrazione pubblica.

Eppure ciò non è accaduto.

La ragione è che White Lives Matter non nasce dall’osservazione di una disparità documentata nei confronti dei bianchi. Nasce piuttosto come risposta politica e culturale alle mobilitazioni antirazziste. Il suo obiettivo non è tanto denunciare le vittime bianche quanto contestare l’idea che esista un problema specifico di discriminazione razziale nei confronti delle minoranze.

In questo senso il confronto con Black Lives Matter è illuminante. Il movimento nato negli Stati Uniti non ha mai sostenuto che ogni vittima nera della polizia fosse tale a causa del razzismo. Ha sostenuto invece che l’insieme dei dati, delle statistiche e dei casi mostrasse un modello ricorrente che colpiva in modo sproporzionato le comunità afroamericane.

Quando lo Stato sbaglia: la lezione dei casi italiani

Anche in Italia non mancano casi che hanno aperto un dibattito pubblico sul rapporto tra cittadini e forze dell’ordine. I nomi di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Riccardo Magherini sono diventati simboli di una riflessione collettiva sugli abusi, sull’uso della forza e sulla necessità di garantire trasparenza e accountability nelle istituzioni.

Federico Aldrovandi aveva diciotto anni quando morì a Ferrara nel 2005 durante un intervento di polizia. Dopo un lungo iter giudiziario, la Cassazione confermò le condanne nei confronti dei quattro agenti coinvolti per eccesso colposo nell’uso dei mezzi di contenimento.

Stefano Cucchi morì nel 2009 una settimana dopo il suo arresto. Anni di processi hanno portato la magistratura a riconoscere che fu vittima di un pestaggio definito dai giudici «ingiustificato e sproporzionato», seguito da tentativi di depistaggio e occultamento delle responsabilità.

Riccardo Magherini morì invece nel 2014 durante un fermo dei carabinieri a Firenze. Anche in questo caso il procedimento giudiziario si è concentrato sulle modalità dell’intervento e sull’uso della forza da parte degli operatori coinvolti. Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per la sua morte, stabilendo che non vi fosse «assoluta necessità» di mantenerlo immobilizzato a terra durante il fermo e rilevando carenze nelle linee guida e nella formazione delle forze dell’ordine sulle tecniche di contenimento. 

In nessuno di questi casi il dibattito pubblico si è sviluppato attorno all’idea di un razzismo anti-bianco. La ragione è semplice: l’elemento centrale non era l’appartenenza etnica delle vittime, bensì il comportamento delle istituzioni. Quando si è parlato di Aldrovandi, Cucchi o Magherini si è discusso di abuso di potere, di violenza illegittima, di impunità e di garanzie democratiche.

Questo è un punto fondamentale anche per comprendere la differenza tra gli slogan “Black Lives Matter” e “White Lives Matter”. Le campagne contro gli abusi delle forze dell’ordine non nascono automaticamente quando una persona muore durante un intervento di polizia. Nascono quando quelle morti mostrano uno schema ricorrente che colpisce in maniera sistematica uno specifico gruppo sociale o etnico. Ed è proprio questo il nodo che distingue il dibattito sul razzismo dalle discussioni, pur necessarie, sugli errori e sugli abusi delle istituzioni.

Etichettato con:Black Lives Matter, Gran Bretagna, razzismo

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