Nella palestra di una scuola elementare del distretto di Baabda, nel Monte Libano, un gruppo di bambini sta giocando in cerchio, mentre alcune donne e uomini vanno e vengono dal corridoio con taniche d’acqua e panini. Come gli altri istituti scolastici del paese, anche questo con l’inizio della guerra si è trasformato in un centro di accoglienza per sfollati.
“È la seconda volta che veniamo qui – racconta Ahmad, fuggito da Tiro con la moglie e la sua bambina di 8 anni- la zona è sicura ma soprattutto sappiamo come muoverci perché siamo già stati in questa scuola durante la guerra del 2024, abbiamo stretto amicizia con la dirigente scolastica e con gli altri ospiti. Questa volta ci siamo coordinati prima dell’arrivo, per essere sicuri di ritrovarci.”
Al trauma di dover lasciare la propria casa ancora una volta si aggiunge anche quello di finire in un posto che non si conosce, in mezzo a persone sconosciute costrette all’improvviso a dividersi un bagno, una lavatrice, una bombola di gas. E se c’è un’alternativa, come essere riaccolti dove già si è stati, si cerca di coglierla.
“Qui abbiamo un grande spazio interno dove i bambini possono giocare anche quando il tempo non consente di stare all’aperto – spiega – ma con le belle giornate si può andare fuori, e godere della natura. Per mia figlia la più grande sofferenza è stata quella di lasciare di nuovo la scuola, e in questa situazione di disagio rivedere altri bambini già conosciuti in passato può fare la differenza.”
Anche Samir, 16 anni, soffre il secondo stop forzato al suo percorso di studi. “Sono appassionato di lingue – racconta in perfetto inglese – avevo anche cominciato a imparare l’italiano ma sto dimenticando tutto. Ormai qui gli anni che passano li contiamo in base alle guerre che ci investono, e siamo stanchi.” Nella sua stanza, un’aula dove i banchi e le sedie sono stati sostituiti da materassini, coperte e una batteria d’auto che possa garantire l’elettricità durante i frequenti e lunghi black out, dormono con lui una decina di familiari.
Il supporto psicologico: l’azione di Terre des Hommes
In questo ed altri rifugi del governatorato del Monte Libano, organizzazioni internazionali come Terre des Hommes Italia provano ad offrire un sollievo emotivo e psicologico a bambini e adolescenti con le vite sospese.
“La salute mentale è essenziale tanto quanto soddisfare i bisogni primari di cibo, acqua, di un posto dignitoso dove vivere – spiega Nour (nome di fantasia), coordinatrice di comunità di TdH che organizza sessioni di supporto per i minori e le loro famiglie – innanzitutto cerchiamo di creare degli spazi che rompano una routine monotona e povera di stimoli, e poi di supportare l’espressione del sé e delle emozioni che spesso vengono soffocate.”
Nour racconta di bambini incapaci di piangere, di esprimere la paura e il dolore che provano o hanno provato a causa di un lutto, di un allontanamento forzato, di una privazione che stanno vivendo.
“Abbiamo avuto dei casi in cui solo attraverso il disegno siamo riusciti a ricostruire frammenti di storie familiari – spiega – perché spesso anche i più piccoli sono incoraggiati dalle stesse famiglie a seguire l’esempio degli adulti, ad essere coraggiosi e a non mostrare il dispiacere che provano. Così incassano quel dolore, senza elaborarlo mai.”
Il lavoro di supporto viene svolto parallelamente anche con gli adulti, incentivati a raccontare come si sentono, e a confrontarsi con gli altri. Ognuno vive questa condizione di sospensione a suo modo, ma può ascoltare i racconti degli altri e sentirsi meno solo.
L’incertezza economica e la crescita delle vulnerabilità
La precarietà indotta dalla guerra ha aumentato il numero delle famiglie che non riescono nemmeno a garantirsi almeno due pasti al giorno. In diversi centri di accoglienza, dal Monte Libano a Beirut, si mangia una sola volta ogni 24 ore, a meno che non si abbiano risorse proprie per acquistare generi alimentari e possibilmente il gas per poter cucinare.
Secondo i dati dell’Integrated Food Security Phase Classification IPC, un sistema di classificazione adottato congiuntamente da 21 fra organizzazioni non governative e istituzioni sovranazionali come World Food Programme e World Health Organization, un quarto della popolazione del Libano, circa un milione e 200 mila persone viveva già una condizione di insicurezza alimentare prima dell’ultima escalation, a causa del precedente conflitto e della crisi economica in atto. Ad oggi se ne sono aggiunte almeno altre 360 mila, compresi 116 mila bambini. In pratica un minore su dieci oggi in Libano soffre la fame.
Una condizione di privazione che rischia anche di aumentare il fenomeno del lavoro minorile, come nel caso di Abdallah, che a 9 anni ricorda la scuola con nostalgia. “Mi manca studiare – dice – e mi sarebbe piaciuto continuare ma adesso devo lavorare per aiutare la mia famiglia. Ci mancano troppe cose, anche da mangiare a volte. La mattina presto vado davanti ai negozi e porto le buste pesanti a chi fa la spesa; sono andato a scuola per tre anni e mezzo, ora non è più possibile.”
Fino a qualche anno fa il fenomeno del lavoro minorile era presente in Libano ma riguardava soprattutto i bambini siriani rifugiati, esclusi dal sistema scolastico pubblico e in condizioni di maggiori vulnerabilità. Con la guerra del 2023-24 e poi quella in corso, gli effetti dei due conflitti si sono sommati.
La scuola sospesa
Già due anni fa più di 800 scuole, circa il 60% del totale, erano state riconvertite in alloggi temporanei per sfollati. A causa di questa nuova escalation sono state oltre 1.100 quelle adattate per far fronte alla necessità di accoglienza delle persone nuovamente in fuga dalla guerra. La carenza di risorse per la risposta umanitaria e la necessità di utilizzare gli edifici scolastici per dare un tetto a chi lo ha perso è servita a impattare parzialmente la crisi degli sfollati, ma nello stesso tempo ha ulteriormente compromesso il diritto all’istruzione di bambini e ragazzi. I percorsi scolatici interrotti da un giorno all’altro, per periodi prolungati nell’arco di due anni, acuiscono il problema del sistema educativo in Libano, dato che anche prima delle ultime due guerre il problema dell’esclusione scolastica esisteva, anche se principalmente solo per i rifugiati, in particolare siriani.
Secondo i dati dell’UNHCR, il 50% dei bambini siriani in Libano fra i 6 e i 14 anni non ha frequentato la scuola primaria nel 2025, e solo il 10% ha proseguito gli studi, a causa dei costi di trasporto e del materiale scolastico, oltre che per la necessità di lavorare.
Nonostante i buoni propositi del governo di estendere l’accesso alle scuole pubbliche anche ai minori non libanesi, nel settembre scorso Human Rights Watch denunciava che il requisito della residenza legale restava tassativo, e lasciava fuori dal sistema scolastico almeno 28 mila bambini, a meno di frequentare le scuole dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi.
“Quando con la mia famiglia siamo arrivati dalla Siria, l’unica possibilità di studiare per me era quella di seguire le lezioni di un’organizzazione non governativa locale – ricorda Youssef, siriano diciassettenne in Libano da dieci anni che oggi fa parte di un collettivo di giovani di Beirut che aiuta gli sfollati – ho imparato tanto ma avrei voluto andare avanti e non avevo la residenza, né tantomeno la certificazione della scuola primaria che mi permettesse di iscrivermi al secondo ciclo di studi. E così mi sono fermato, e oggi mi devo accontentare di lavori saltuari, pagati poco, e la guerra non ha fatto altro che peggiorare le cose.”
“Numeri” di oggi e di ieri
Dai primi di marzo al 15 aprile, poco prima del cessate il fuoco che continua ad essere violato costantemente, i bambini uccisi dai bombardamenti sono stati 172, i feriti oltre 600. Fra settembre e ottobre 2024, secondo i dati Unicef, erano morti altri 155 minori, e 1.088 erano stati feriti. Non ci sono statistiche che indichino quanti abbiano perso uno o più familiari, o convivano oggi con una disabilità indotta da attacchi diretti o difficoltà di cure successive.
Confrontando i numeri degli sfollati con meno di 18 anni, nel 2024 sono stati circa 400 mila, mentre attualmente risultano essere fra i 350 e i 370 mila. Se in termini assoluti c’è stata una diminuzione di bambini e ragazzi costretti a spostarsi all’interno del paese rispetto alla scorsa escalation, questo dato va letto anche in termini di possibilità di ritorno ai luoghi d’origine, resa in parte impossibile dall’attuale occupazione israeliana nel sud, e dalle persistenti violazioni del cessate il fuoco scattato il 16 aprile scorso.
In ogni caso il Libano resta uno dei paesi con il maggior numero di sfollati interni, quasi un milione e mezzo, e rifugiati rispetto alla popolazione totale (un abitante su cinque). Numeri enormi, nemmeno lontanamente paragonabili a quelli delle presunte “emergenze” nostrane: in Italia 520 mila persone fra beneficiari di protezione internazionale, protezione temporanea e richiedenti asilo, su una popolazione di quasi 60 milioni di abitanti.
[Immagine di copertina, foto di Ilaria Romano]









