Il principale passaggio di frontiera fra il Libano e la Siria è Al Masnaa- Jdeidat Yabous, che taglia all’incirca a metà la strada di collegamento fra Beirut e Damasco. Una distanza breve, di circa 90 chilometri, quella fra le due capitali, che richiede un viaggio in auto di almeno tre ore, considerate le procedure di visto, in condizioni di transito normali, ossia senza esodi di massa né ordini di evacuazione.
Secondo i dati raccolti dall’Unhcr, dall’inizio della nuova escalation di attacchi condotti dall’esercito israeliano in Libano a partire dal 2 marzo e fino ai primi di giugno, oltre 444 mila cittadini siriani emigrati nel paese confinante per lasciarsi alle spalle la guerra civile, hanno fatto ritorno a casa per il rapido deterioramento delle condizioni di sicurezza. Fino al mese di aprile, una media di 3.600 persone al giorno ha attraversato questo e gli altri transiti che consentono di passare da un paese all’altro. Durante l’Aid Al-Adha, la Festa del Sacrificio, nell’ultima settimana di maggio, si è arrivati anche a 7.500 persone quotidianamente, alcune delle quali solo in visita temporanea per la ricorrenza. Oggi i numeri si sono nuovamente ridotti, e il traffico è tornato regolare, con i taxi che traghettano cittadini siriani e più raramente stranieri da uno Stato all’altro.
Adnan è libanese di Beirut, e ogni giorno percorre questa strada in andata e ritorno. Come lui decine e decine di autisti percorrono quotidianamente questa strada, si fermano nella cittadina di Chtoura, nella Valle della Bekaa, per fare rifornimento e prendere qualche snack nell’ultimo grande supermarket della zona; poi, una volta giunti alla frontiera, ripetono le procedure di visto che ormai hanno imparato a memoria: fotocopiare il documento proprio e dei passeggeri, farsi controllare la licenza, mettersi in coda per il timbro sul passaporto; poi di nuovo in auto, cinque o sei chilometri nella terra di nessuno fra i due valichi, e dall’altra parte, in Siria, nuovi timbri, domande, controlli manuali dei bagagli. “Questa tratta è pagata meglio – spiega – perché ci vuole parecchio tempo, io ho tre gemelli e voglio che non gli manchi nulla. La vita in Libano non è semplice, ma almeno finché si è bambini bisognerebbe poter essere spensierati.”
Con lui viaggia Alyia, studentessa di arte di Damasco che frequenta un’università privata a Beirut, e sta andando a fare visita alla famiglia.
“Tornare per sempre in Siria? Non ci penso proprio – dice – ho scelto di studiare in Libano perché volevo essere più indipendente e poi le possibilità che offre Beirut sono maggiori, anche in questa condizione di instabilità. Oggi la Siria sta cambiando in meglio, è vero, ma abbiamo vissuto 13 anni di guerra civile, il conflitto è impresso nella nostra memoria e le conseguenze non si cancellano da un giorno all’altro. Resterò qui solo per una settimana di vacanza, poi tornerò in Libano perché non voglio rinunciare ai miei studi e alla mia vita; vivo in un appartamento con altre ragazze, e sogno di fare la scenografa, qui in Siria realizzare il mio progetto sarebbe più complicato.”
Come per Alya, anche per la famiglia di Ahmed si tratta di una visita breve. Attraversa il confine con la sua auto in una mattina di maggio, con la moglie e i due bambini, per andare a trovare i genitori anziani che vivono nelle campagne di Damasco. “Abbiamo trascorso anni senza poterci rivedere – ricorda – da quando il regime è caduto abbiamo la possibilità di tornare, e così la sfruttiamo. La guerra in Libano? Certo che ci preoccupa, perché lì abbiamo ricostruito la nostra vita, ma siamo al Nord e per il momento la zona dove viviamo è ancora abbastanza sicura. Vedremo cosa accadrà in futuro.”
Una delle più gravi e longeve crisi di rifugiati
Dall’inizio della guerra civile nel 2011, oltre sei milioni di siriani hanno lasciato il paese, rifugiandosi per la maggior parte negli stati confinanti (Turchia, Libano, Giordania, Iraq e Iran). Il Libano ne ha ospitati almeno un milione e mezzo nel corso dei 13 anni di conflitto. La caduta del regime di Bashar Al Assad l’8 dicembre 2024, a seguito della rapida avanzata dei miliziani di Hay’at Tahrir-al Sham, insieme ad altri gruppi di opposizione, aveva portato al rientro nel paese di circa un milione e 300 mila persone nel corso del 2025; l’ultima guerra in Libano fra Israele ed Hezbollah ha spinto altri rifugiati ad abbandonare il paese ospitante a causa del rapido deterioramento delle condizioni di sicurezza.
Rientrare in Siria per sfuggire – di nuovo – alla guerra
Un sondaggio condotto dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati nel marzo scorso fra 707 cittadini siriani che rientravano a casa dal Libano, ha evidenziato come la maggior parte di loro fossero persone fra i 18 e i 59 anni, che presumibilmente negli anni hanno lasciato in Siria i loro nonni e genitori, per loro scelta o perché impossibilitati ad affrontare il viaggio e una rilocazione in una nuova situazione di incertezza. Oltre la metà di loro ha dichiarato di rientrare in Siria a causa della guerra, oltre che per la crisi economica.
Mohammed, insegnante di inglese partito da Damasco nel 2011 a 55 anni, è tornato a casa due mesi fa, da settantenne, insieme alla moglie. Oggi vive in un quartiere della “old Damascus”, in una casa al piano terra, con un ingresso-cucina, un piccolo salotto e una camera da letto, dove prima di lui hanno trascorso la vita sua madre e suo padre.
“Quando la situazione in Libano ha cominciato a peggiorare abbiamo deciso di trasferirci perché stava diventando pericoloso – ricorda – inizialmente gli attacchi erano concentrati solo nel sud del paese, poi sono diventati sempre più vicini e imprevedibili anche a Beirut. Inizialmente abbiamo cercato di resistere, abbiamo sperato che si risolvesse tutto in pochi giorni, come è già successo, ma questa volta non è stato così. Centinaia di migliaia di persone hanno lasciato le proprie case, e si sono ritrovati senza niente, a dormire sul pavimento di una scuola, o per strada, o a casa di parenti e amici. Il conflitto ha accomunato libanesi e rifugiati, e questa volta molti siriani hanno deciso di cogliere l’occasione per tornare a casa. Sicuramente era un desiderio rimasto soffocato per anni, perché non si tratta di una scelta facile, e spesso significa ricominciare da capo ancora una volta. Molti non hanno la fortuna di ritrovare la propria casa in piedi, e tutti devono cercarsi un lavoro che probabilmente sarà pagato ancora meno che in Libano. Oggi il nostro paese sta cercando una nuova identità e sta cambiando in meglio. Anche se c’è tanto da fare per la ricostruzione, la carenza di servizi, chi ha vissuto la brutalità del regime come me non ha dubbi: abbiamo riacquistato la libertà.
Il lavoro dei rifugiati
Mohammed racconta che in Libano, in fondo, lui e sua moglie si sono sempre sentiti ospiti, a volte neanche troppo graditi. Il sistema di accoglienza libanese mantiene una netta linea di demarcazione fra chi è nato nel paese e chi ci approda da rifugiato. Ci sono regole stringenti per l’accesso al mercato del lavoro, e alcuni settori restano preclusi ai cittadini stranieri.
Secondo quanto si legge nel più recente report dell’International Labour Organization (dati 2025), i siriani che emigravano in Libano prima che scoppiasse la guerra civile lo facevano soprattutto per motivi di lavoro, e riuscivano ad ottenere un visto alla frontiera semplicemente presentando un documento di identità. Con l’aumento degli arrivi a causa della guerra, e poi lo stop del 2015 alla registrazione di nuovi rifugiati voluto dal Governo libanese, in concomitanza con l’ascesa dello Stato Islamico in Siria e Iraq, la situazione è diventata sempre più complessa, e le possibilità di lavoro legale si sono ridotte. Così il 95% dei rifugiati siriani ha mantenuto un’occupazione informale, precaria e sottopagata, con un tasso di disoccupazione giovanile che, nel 2023, aveva raggiunto il 49,1%. In quell’anno i permessi di lavoro ufficiali rilasciati dal Ministero del Lavoro furono 621, mentre i rinnovi 2.155, a fronte di oltre un milione e 400 mila rifugiati. Facile intuire come la situazione sia peggiorata con la crisi economica seguita all’esplosione del porto di Beirut nel 2020, e con le nuove fasi di conflitto con Israele, negli ultimi due anni.
Quando emigravano i libanesi
“La situazione e le relazioni fra i nostri paesi sono cambiate nel corso degli anni – spiega Mohammad – quando il Libano affrontava la guerra del 2006, durata 34 giorni, furono molti i libanesi che attraversarono il confine per rifugiarsi in Siria. Oggi non un solo libanese lo ha fatto, nonostante il milione e mezzo di sfollati, perché la maggior parte di loro sono sciiti e considerano l’attuale governo sunnita di Ahmed al Shara “radicale”, e poi pensano che le attuali condizioni della Siria non offrano prospettive. Effettivamente qui il lavoro scarseggia, la ricostruzione è lentissima, anche a causa dei tagli degli aiuti internazionali che abbiamo subito. Il nostro territorio vive una fase molto delicata, ma quasi tutti i siriani, tranne una piccola minoranza che era abituata ad avere il potere, crede in questo nuovo esecutivo. Tutti qui hanno perso tanto, in termini di vite, di benessere economico, di libertà. Io e mia moglie siamo ormai anziani, e forse non faremo in tempo a vedere dei grossi cambiamenti, ma la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta e io sono molto fiducioso nel futuro. Ci meritiamo di vivere in pace dopo decenni terribili.”
Anche Fawaz, che oggi fa l’operaio edile a Damasco, è appena tornato dal Libano, insieme alla moglie e al figlio. Ha 37 anni, e gli ultimi 11 li ha trascorsi fra Beirut e Saida. “La vita lì non è mai stata facile – ricorda – ma oggi i prezzi sono saliti alle stelle a causa della guerra, e mantenere un appartamento in affitto è diventato proibitivo, per non parlare dei prezzi dei generi alimentari e del necessario per vivere dignitosamente. Il mio stipendio non bastava più, e poi l’incertezza quotidiana di non sapere se restare a dormire a casa propria, oppure dover scappare in piena notte perché arriva un ordine di evacuazione, stava diventando snervante. A questo punto ho preferito tornare.
Carcere o fuga: il ricordo del regime
Fawaz racconta che la prima motivazione che lo aveva spinto ad andarsene in Libano era stata il terrore della leva obbligatoria. “Non ho mai avuto intenzione di andare a combattere – spiega – tanto più se contro i miei connazionali, solo perché obbligato dal regime. Ogni giorno avevo paura che venissero a prendermi per farmi arruolare, o per arrestarmi.”
Anche il suo collega Khaled ha un’esperienza simile da condividere. “Sono scappato dalla Siria a circa metà della crisi, dieci anni fa – ricorda – e ho vissuto finora nel Monte Libano, in una zona molto bella e tranquilla, ma la guerra di Israele ha portato scompiglio anche lì.
47 anni, un lavoro da muratore da quando ne aveva 15, racconta di avere sempre percepito un certo razzismo nei suoi confronti da parte dei libanesi con i quali ha avuto a che fare da “migrante”. “La nostra vita è stata sempre difficile, qui in Siria prima, in Libano dopo – dice – oggi siamo fiduciosi che questo paese abbia davvero l’opportunità di cambiare e di offrire un futuro ai nostri figli senza costringerli a scappare. Io ho quattro bambini e mi auguro che possano diventare adulti senza vivere altre guerre.”
Oltre Damasco
Molti siriani dicono che da queste parti tutti hanno conosciuto il carcere o la migrazione, o entrambe le cose. Oggi la Siria cerca di guardare avanti, ma se nel centro della capitale i miglioramenti sono palpabili, nelle periferie si sopravvive ancora fra scheletri di cemento, strade sterrate, infrastrutture danneggiate, servizi come elettricità e acqua corrente a singhiozzo, e connessioni internet talvolta inesistenti.
“La situazione di Damasco è ben diversa da altre zone, dice Fatima, rientrata dal Libano, dalla valle della Bekaa, dopo 13 anni. Lì i prezzi erano diventati troppo alti, non potevamo più permetterci nulla. Mio marito ha 67 anni, ha problemi di salute e comincia ad avere difficoltà a lavorare nei campi, l’unico impiego che gli fosse consentito. Qui nella capitale si vedono segni di modernità, si lavora alla ricostruzione, la città si apre al turismo. Altrove non è così. Io sono di Daraa, per esempio, e nella nostra provincia è in atto una campagna di terrore condotta dagli israeliani per spingere la popolazione locale ad abbandonare le proprie terre per poi occuparle. Non se ne parla ma la situazione è allarmante. E questi sconfinamenti sono cominciati dopo la caduta del regime. Insomma, anche qui come in Libano è in atto un nuovo conflitto, solo più silenzioso.”
Perché tornare, allora? “Perché se devo scegliere preferisco stare dove sono nata, dato che la pace vera è ancora lontana, da entrambi i lati della frontiera.”









