Open Migration

  • Chi Siamo
  • Contattaci Open Migration
  • Newsletter Open Migration
  • Condividi
  • Questo campo serve per la convalida e dovrebbe essere lasciato inalterato.

Subscribe to our mailing list

* indicates required
  • IT
  • EN
  • Missione
  • Politiche di frontiera
  • Diritto d’Asilo
  • Immigrazione & Integrazione
  • Dati
    • Dashboard
    • Infografiche
    • Fact-checking
  • Risorse
    • Approfondimento
    • Idee
    • Web review
    • Glossario
    • Quiz
  • Sostienici
Homepage >> Approfondimento >> «Restiamo umani»: Vittorio Arrigoni raccontato da sua madre

«Restiamo umani»: Vittorio Arrigoni raccontato da sua madre

Share
15 aprile 2026 - Romina Vinci
Dall’infanzia in Brianza ai campi di volontariato, fino a Gaza: il percorso umano e politico di un attivista per i diritti umani nelle parole di Egidia Beretta, a quindici anni dalla scomparsa.

Che bambino era Vittorio? Qual è la prima immagine che le viene in mente quando ne ricorda l’infanzia?
Quella di un bambino giocherellone, a cui piaceva stare con gli amici, molto simpatico. A volte era già un po’ pensoso. La prima immagine che mi viene in mente è proprio Vittorio allegro, che saltella.

Vittorio nacque e crebbe in Brianza, a Bulciago. Che tipo di ragazzo era?
Non era particolarmente sportivo, ma gli piaceva molto il nuoto. Fu tifoso della Juventus, come suo papà. Si diplomò come ragioniere, anche se la scuola non lo entusiasmava molto, devo dire la verità: studiava il minimo indispensabile. Però gli piaceva leggere, ebbe sempre una grande passione per la lettura e anche per la scrittura.

Fu lei a trasmettergli questa passione?
Io leggevo tantissimo, ero una lettrice accanita. Il papà era un grande lettore di quotidiani. Può darsi che siamo stati noi a trasmettergli questa passione: casa nostra era così, piena di libri e di discussioni.

C’è stato un episodio nell’adolescenza che oggi le sembra anticipare la strada che avrebbe scelto?
Più che nell’adolescenza, direi ancora prima, alle elementari. Scriveva pensieri sulla giustizia e sulla pace che rivelavano già una grande sensibilità. Il senso della giustizia e della solidarietà lo ebbe fin da piccolo: fu il filo conduttore della sua vita.
Del resto, la nostra casa era una specie di fucina: si portavano avanti battaglie contro l’inquinamento, per l’edilizia popolare. I miei figli ascoltavano tutto, e credo che qualcosa filtrò nel loro animo proprio attraverso la vita che facevamo. La nostra era una vita sobria. Quando vado nelle scuole lo racconto sempre ai ragazzi: Vittorio aveva solo due paia di jeans, uno per tutti i giorni e uno per le occasioni. Non c’era l’abitudine allo spreco.
Questa sobrietà gli servì molto nei viaggi, quando incontrò la povertà. Tornava dall’Africa con diversi chili in meno, ma non si lamentò mai.

Quando Vittorio iniziò a interessarsi ai temi della giustizia e dei diritti umani?
Visse un’adolescenza anche difficile, segnata da una forte tensione interiore. Si chiedeva spesso perché fosse su questa terra e cosa potesse fare per rendere grazie alla vita. Erano domande che lo turbavano.
Subito dopo il diploma partecipò ai campi di lavoro internazionali, che furono per lui una vera palestra morale.

Perché quei campi di volontariato furono importanti per la sua formazione?
Vittorio scelse sempre luoghi difficili: Africa, Sudamerica, Europa dell’Est. Spesso erano zone dove la cooperazione internazionale era poco presente. Lì si arricchì umanamente attraverso il contatto con le persone del posto, con situazioni dure ma anche attraverso lo scambio di ideali con altri giovani volontari.
Fu quella la base del suo impegno, che negli anni diventò sempre più forte e più specifico, fino ad arrivare alla Palestina.

C’è stato qualcosa che lo colpì particolarmente durante quelle esperienze?
Ricordo un viaggio in Ucraina, molto impegnativo. Si trovò in un ex sanatorio con ragazzi che avevano subito le radiazioni di Chernobyl. Portavano segni visibili sul corpo. Vittorio rimase profondamente colpito dalla loro forza e dalla loro passione per la vita, nonostante un futuro che si prevedeva già difficile.

Lei capì subito che quei viaggi non erano solo esperienze temporanee, ma l’inizio di una scelta di vita?
Sì, avvertii che quella stava diventando una scelta di vita, anche se l’obiettivo finale non era ancora chiaro. Erano campi in cui si lavorava concretamente: partiva sempre attrezzato con i guanti da lavoro, pronto ad aiutare in ogni modo.

Quando Vittorio le parlò per la prima volta della Palestina?
In Palestina andò nel 2002, a 27 anni. Partì per un campo di volontariato come tanti altri, ma il trauma arrivò quando giunse a Gerusalemme Est e vide con i suoi occhi la differenza con la zona Ovest, dove vivevano gli israeliani di fede ebraica. Avvertì subito ingiustizie profonde e differenze che non riusciva a spiegarsi.
Del resto, in Italia si sapeva poco o nulla delle condizioni dei palestinesi. All’inizio non credeva nemmeno ai racconti che ascoltava sul posto, e proprio per questo decise di non rientrare subito, ma di andare a vedere con i suoi occhi cosa accadeva in Cisgiordania.

Ed è lì che Vittorio oltrepassò un confine, giusto?
Sì, non fu solo il passaggio da Gerusalemme Est alla Cisgiordania. Fu un confine simbolico, quello che segnò tutta la sua vita: capì l’importanza della testimonianza diretta, del non accontentarsi dei racconti, ma del verificare personalmente le situazioni, mettendosi in gioco.
Vittorio non amava definirsi pacifista: diceva sempre «Sono un attivista per i diritti umani».

Dopo quell’esperienza tornò ancora in Cisgiordania negli anni successivi. Perché?
Vittorio non tornava quasi mai due volte nello stesso posto, ma in Cisgiordania fece un’eccezione. Tornò più volte, nel 2003 e nel 2004, anche senza associazioni, perché aveva stretto amicizie sul posto.
Aveva capito che la presenza degli internazionali serviva non solo a raccontare, ma anche ad agire. Si metteva concretamente a disposizione: aiutava le persone ai checkpoint grazie al passaporto italiano, si interessava delle case occupate, saliva sulle ambulanze per prestare aiuto.
Era un uomo di pensiero e di azione. Diceva spesso che la conoscenza è il primo passo verso la soluzione. Si rendeva conto di trovarsi di fronte a un popolo oppresso.

Lei lo seguiva a distanza: aveva già percepito quanto quella scelta fosse rischiosa?
All’inizio no, i rischi non erano ancora evidenti. La preoccupazione arrivò nel 2005, quando cercò di entrare passando dalla Giordania ma venne bloccato, picchiato e maltrattato dai soldati israeliani. Fu in quel momento che capimmo quanto quella situazione fosse diventata pericolosa.

Ma nello stesso anno tornò comunque in Israele…
Sì. Atterrò a Tel Aviv perché doveva raggiungere Betlemme per una conferenza dell’International Solidarity Movement. Lì gli dissero apertamente che era inserito in una lista nera. Fu arrestato e rimase in carcere per alcuni giorni.

Come visse quei giorni?
Tornò a casa profondamente provato perché gli era stata negata la libertà di movimento, che per lui rappresentava un valore fondamentale. Aveva già visto ingiustizie, ma viverle sulla propria pelle le rese ancora più concrete.
In cella fu tenuto con la luce sempre accesa, sotto controllo costante, senza possibilità di lavarsi o cambiarsi. Fu un’esperienza umiliante. In quel periodo trovò rifugio nella scrittura.
Nel 2004 aprì il suo blog “Guerrilla Radio” e iniziò a scrivere per il quotidiano Il Manifesto. Scrivere per lui significava liberarsi e dare forma a ciò che aveva visto.

Per qualche anno Vittorio non parlò più di Palestina…
Sì, ma non smise mai di impegnarsi. Nel 2006 partì per il Congo con i “Beati costruttori di pace” per monitorare le elezioni per conto delle Nazioni Unite.
Da lì continuò a scrivere testi molto duri per il suo blog. A volte usava un linguaggio forte, soprattutto quando descriveva le bombe che cadevano e ne indicava chiaramente la provenienza, scrivendo “made in Italy”, “France” o “États-Unis”. Non aveva paura di denunciare responsabilità.

Nel 2008 tornò invece il richiamo della Palestina…
Sì. Io ero molto preoccupata, ma lui cercò di tranquillizzarmi con una battuta: «Mica andiamo in aereo, andiamo via mare, è la via più naturale». È lì che iniziai a conoscere la realtà di Gaza.
Partecipò al Free Gaza Movement. Furono solo due imbarcazioni, ma riuscirono a rompere il blocco navale il 23 agosto 2008. Le navi israeliane li seguirono, ma alla fine li lasciarono passare. Ancora oggi mi chiedo come fu possibile.
Vittorio definì quell’impresa «epica». Per lui rappresentò l’inizio di una nuova fase della sua vita.

Ricorda dove si trovava quando seppe che la nave era riuscita ad arrivare a Gaza?
Seguii l’arrivo quasi in diretta. All’epoca ero sindaco di Bulciago e mi trovavo in municipio quando arrivò la sua telefonata. Gridò: «Terra, terra!».
Ricordo ancora la sua voce piena di entusiasmo. Erano poche persone, ma riuscirono in un’impresa che fino ad allora nessuno aveva realizzato.
Solo dopo capii fino in fondo quanto quell’evento avesse segnato il suo destino.

Vittorio iniziò a raccontare la vita di Gaza, la quotidianità, svelando una realtà fino a quel momento poco conosciuta.
All’inizio la sua intenzione fu portare solidarietà. Poi cominciò a filmare e raccontare la vita quotidiana dei gazawi, fatta di difficoltà continue e pericoli spesso ignorati dall’opinione pubblica.
Chi sapeva che si sparava contro i pescatori mentre uscivano in mare? Chi immaginava che uomini e donne rischiassero la vita anche solo andando a raccogliere il prezzemolo? Fino ai suoi racconti, queste realtà erano quasi sconosciute.
Vittorio diceva di non riuscire a restare passivo davanti all’ingiustizia. A Gaza trovò quella che definiva «la carne viva dell’ingiustizia», e sentì il bisogno di raccontarla. Lo fece descrivendo la quotidianità e indicando con chiarezza le responsabilità politiche e militari.
Durante una di queste attività venne anche ferito mentre si trovava a bordo di un peschereccio. Il suo senso di giustizia, in parte innato e in parte coltivato nel tempo, trovò proprio lì la sua espressione più piena.

A Gaza era diventato anche un eroe per i bambini, vero?
Sì. I bambini lo riconoscevano da lontano per la pipa, il cappello e i tatuaggi. Per loro era una presenza familiare, quasi una figura simbolica.

Il 27 dicembre 2008 scoppiò l’Operazione Piombo Fuso, una massiccia offensiva militare contro la Striscia di Gaza. Vittorio raccontò la guerra quasi da unico testimone straniero sul campo. Come visse quel ruolo?
Scrisse cronache durissime per Il Manifesto. Diceva spesso: «Siamo tutti obiettivi ambulanti». Si sentiva fortunato a essere vivo mentre attorno a lui morivano amici e conoscenti.
Nel suo primo articolo raccontò: «Ho scoperto di essere un pessimo cameraman: non riesco a riprendere i volti in lacrime delle persone, perché sto piangendo anch’io».
Fu molto critico verso il modo in cui i media italiani raccontavano il conflitto, accusandoli di limitarsi a riportare i comunicati delle forze armate israeliane senza verificarli.
Descrisse l’uso del fosforo bianco e la disumanità delle operazioni militari. Spiegò che a Gaza non esistevano bunker né rifugi dove proteggersi: tutti vivevano esposti, costantemente in pericolo.
Decise di restare anche quando gli offrirono la possibilità di lasciare la Striscia. Saliva sulle ambulanze come presenza internazionale di deterrenza: i medici dicevano che con uno straniero a bordo «sparavano un po’ di meno». Per lui anche una sola vita salvata giustificava quella scelta.

Lei, da madre, come visse quei giorni? Leggere i suoi reportage fu più motivo di orgoglio o di paura?
Il timore fu costante. La paura prevalse su tutto il resto. Ogni notizia poteva essere quella decisiva.
Fu Vittorio stesso a dirci, nel gennaio 2009, che il suo blog era diventato il più letto in Italia. Questo lo rese felice, perché sperava di aver contribuito a risvegliare le coscienze.
Grazie ai suoi articoli e al libro Gaza. Restiamo umani, molte persone si avvicinarono alla causa palestinese. La frase con cui concludeva i suoi testi — «Restiamo umani» — divenne un messaggio universale.

Quando capì che le parole di suo figlio stavano raggiungendo il mondo?
Attraverso il suo Guerrilla Radio e le numerose interviste rilasciate ai media internazionali. Quando si diffuse la notizia che a Gaza c’era un giovane italiano che raccontava dall’interno quei giorni terribili, molte testate iniziarono a cercarlo.
Le poche volte in cui riuscivamo a sentirci, mi chiedeva spesso di richiamarlo più tardi: era continuamente impegnato a raccontare ciò che stava accadendo.

Dopo l’Operazione Piombo Fuso Vittorio tornò in Italia. Qual era il suo stato d’animo?
L’offensiva terminò il 18 gennaio 2009, ma Vittorio rientrò in Italia solo nel settembre dello stesso anno. Prima si recò al Cairo e poi in Germania, dove partecipò alla Fiera del Libro per presentare l’edizione tedesca del suo volume.
L’anno successivo ripartì per Gaza. Continuò a scrivere senza interruzioni, convinto che mantenere alta l’attenzione fosse una responsabilità morale.
Diceva spesso che, se anche una sola persona fosse uscita da un incontro con un dubbio in più, per lui sarebbe stato già un successo.

Cosa successe nell’aprile 2011?
In quei mesi suo padre era molto malato e Vittorio desiderava tornare in Italia per rivederlo. Era disposto anche a passare attraverso i tunnel, pur di riuscirci.
Fui io a dirgli di non farlo, che era troppo pericoloso. Il 14 aprile 2011 Vittorio venne sequestrato. Di sera, uscito dalla palestra, cadde in un tranello organizzato da persone che conosceva.

Venne sequestrato da un gruppo jihadista salafita che chiese un riscatto per la sua liberazione.
Sì, ma non attesero le trenta ore dell’ultimatum. Vittorio venne ucciso quasi subito.
Ricevemmo la notizia mentre eravamo in casa con alcuni funzionari della Digos. Alcuni funzionari della Digos erano a casa nostra quando arrivò la telefonata di un amico di Gaza che diceva che era stato individuato il luogo del sequestro e che presto lo avrebbero liberato. La morte la apprendemmo successivamente dalla tv, durante la stessa notte.

Cosa significò sapere che fu ucciso da una frangia estremista interna a quella stessa popolazione che lui aveva scelto di difendere?
Fu un colpo durissimo. Tuttavia sappiamo che i palestinesi del posto non furono gli ideatori del rapimento: il responsabile principale proveniva dalla Giordania ed era molto giovane.
Fu una grande delusione, ma non fu questo l’aspetto più doloroso. Pensai che non era il primo a morire in quel modo: anche Gandhi venne ucciso da un uomo del suo stesso paese.

Il corpo di Vittorio impiegò più di una settimana per arrivare in Italia, perché decideste di non farlo passare per Israele.
Il padre di Vittorio era gravemente malato, ma disse con voce ferma: «Israele non l’ha voluto da vivo, non l’avrà neanche da morto».
Per questo il feretro non transitò da Israele, ma attraversò il deserto verso l’Egitto. A Gaza si svolse una processione immensa fino al valico di Rafah: camion, automobili e persone accompagnarono il feretro per chilometri. Anche al Cairo venne organizzata una lunga veglia. Il funerale in Italia si celebrò il 24 Aprile 2011, la domenica di Pasqua.

Lo scorso 30 marzo il parlamento israeliano ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo. Che riflessione le suscita questo?
Provo una repulsione profonda. Mi sembra una deriva in cui si perde ogni traccia di umanità. I palestinesi vengono trattati come subumani, e quando si disumanizza qualcuno diventa più facile giustificare la violenza.
Sono convinta che anche Vittorio avrebbe preso posizione con forza, ricordando che tutto non iniziò il 7 ottobre 2023, ma affonda le radici in una storia molto più lunga.

Cosa significava per Vittorio la frase «restiamo umani»?
Per lui significava soccorrere, tenere la mano ai feriti, ricordarsi che apparteniamo tutti alla stessa famiglia umana, al di là di confini e bandiere.
Abbiamo creato la Fondazione Vittorio Arrigoni “Vik Utopia” per continuare il suo impegno, offrendo aiuto concreto dove i diritti umani vengono calpestati, soprattutto quelli dei bambini.

Dopo la morte di Vittorio lei ha scelto di raccontare la sua storia nelle scuole e negli incontri pubblici. Che cosa significa, per una madre, trasformare il dolore in testimonianza?
È una sfida difficile, ma necessaria. Sento che lui lo avrebbe voluto. Ho scritto il libro Il viaggio di Vittorio per raccontare che mio figlio non nacque a Gaza, ma si formò attraverso un lungo percorso di esperienze. All’inizio venivo invitata per presentare il libro, poi arrivarono anche le scuole. Oggi posso dire che gli incontri con gli studenti sono diventati la parte più significativa del mio impegno. Raramente rifiuto un invito: mi sembra quasi di negare qualcosa a Vittorio.

È difficile continuare a parlare di lui dopo quindici anni?
Mi rendo conto che nel frattempo è passata una generazione. Alcuni insegnanti che oggi mi invitano da ragazzi avevano ascoltato i miei incontri. Nelle scuole mostro i video di Vittorio, perché gli studenti possano vedere chi era davvero. Diceva sempre che Gaza è vicina, «il vicino di casa dell’Italia».
Ho attraversato tutta l’Italia — dalla Puglia alla Campania, dalla Sardegna al Veneto — e continuo a incontrare persone che non lo hanno conosciuto direttamente ma che leggono i suoi scritti e ne traggono ispirazione. Lo dimostra anche il podcast Le ali di Vik e il ritorno online del suo blog Guerrilla Radio.
Ancora oggi molti medici e operatori umanitari raccontano di aver scelto il loro lavoro dopo aver conosciuto la sua storia quando erano studenti.
La sua testimonianza continua a riempire molte vite, nonostante i sacrifici che ha comportato.

Egidia, che cosa direbbe oggi al mondo suo figlio?
Credo che cercherebbe in tutti i modi di svegliare le coscienze, inseguendo quella che chiamava «la fiammella di umano» presente in ogni persona, cercando di farla brillare.
Sarebbe molto critico verso le scelte politiche attuali, sia dei governi europei sia degli Stati Uniti. La sua penna sarebbe ancora più tagliente di quanto già non fosse.

Etichettato con:Gaza, Israele, Palestina, Vittorio Arrigoni

Sostieni Open Migration! Facendo una donazione ci aiuterai ad offrire più informazione di alta qualità. SOSTIENICI

Related articles

  • Esternalizzazione e respingimenti: il connubio Ue-Turchia che viola i diritti umaniEsternalizzazione e respingimenti: il connubio Ue-Turchia che viola i diritti umani

Web review

I migliori articoli su rifugiati e immigrazione 12/2026

Razzismo quotidiano nei confronti delle persone migranti 24 marzo 2026 Open Migration

Twitter feed

Tweets by open_migration
Sostienici

Open Migration

Open Migration produce informazione di qualità sul fenomeno delle migrazioni e dei rifugiati, per colmare le lacune nell’opinione pubblica e nei media.

Le migrazioni rappresentano la storia più profonda della nostra epoca. Open Migration ha scelto di raccontarla attraverso l’analisi di dati oggettivi.

CILD Open Society Foundations Open Society Foundations

Categorie

  • Diritto d’Asilo
  • Politiche di frontiera
  • Immigrazione & Integrazione
  • Dati
    • Dashboard
    • Infografiche
    • Fact-checking
  • Risorse
    • Approfondimento
    • Idee
    • Web review
    • Glossario
    • Quiz
  • Chi Siamo
  • Missione
  • Privacy policy
Newsletter

Subscribe to our mailing list

* indicates required

Contattaci

CILD - Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili
[email protected]

Follow us

Facebook Open Migration Twitter Open Migration
Creative Commons License
openmigration.org by CILD is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at [email protected]

© 2017 Open Migration

Questo sito utilizza cookie esclusivamente di natura tecnica e statistica in forma anonima. Disabilitare i cookie tecnici potrebbe avere effetti imprevisti sulle modalità di visualizzazione della pagina.OkCookie policy