Il nuovo report 2025 di PICUM sulla criminalizzazione della solidarietà verso le persone migranti fotografa un fenomeno ormai strutturale all’interno dell’Unione europea: chi le aiuta, anche attraverso azioni umanitarie o attività di semplice assistenza, rischia ancora oggi procedimenti penali, sanzioni amministrative e forme diffuse di pressione istituzionale.
È su questo filo che si muove il nuovo report 2025 di PICUM, pubblicato oggi, che racconta come la solidarietà verso le persone migranti venga criminalizzata e sminuita.
Secondo i dati raccolti, nel 2025 almeno 110 persone sono state sottoposte a procedimenti giudiziari in diversi Stati membri per aver agito in solidarietà con persone migranti. Le condotte contestate riguardano il soccorso in mare, fornitura di beni di prima necessità, il trasporto di persone in difficoltà, casi di assistenza legale o psicologica e altri ancora. In molti casi si tratta di attività svolte in contesti emergenziali o nell’ambito di professioni ordinarie, successivamente reinterpretate come “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”. Un dato importante che emerge è che molti procedimenti si concludono con assoluzioni o archiviazioni, difatti oltre il 90% dei casi monitorati è ancora pendente o si è concluso senza condanna definitiva. Questo suggerisce che, in molti casi, la base giuridica delle accuse è debole, ma i procedimenti stessi producono comunque un forte effetto deterrente.
Accanto ai procedimenti penali, il report segnala almeno 11 organizzazioni colpite da sanzioni amministrative, per un totale di 13 episodi. La maggior parte riguarda ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, soprattutto in Italia. Organizzazioni come Sea-Watch, RESQSHIP e Mediterranea Saving Humans sono state sanzionate più volte nel corso dell’anno, con misure che includono multe e fermi amministrativi delle imbarcazioni.
In Italia, il sistema sanzionatorio si inserisce nel quadro del cosiddetto approccio “deterrente” alle operazioni di salvataggio, rafforzato dal Decreto-legge n. 1/2023, che impone restrizioni operative alle navi ONG. Oltre alle varie indagini penali, si sommano sanzioni amministrative che colpiscono ONG impegnate nel soccorso in mare.
Le sanzioni vengono spesso applicate in caso di mancata comunicazione preventiva delle operazioni o per il rifiuto di sbarcare i naufraghi in porti lontani, con conseguenti costi elevati e lunghi periodi di inattività delle imbarcazioni. In molti casi, le persone coinvolte non sono attivisti strutturati, ma cittadini comuni o professionisti che, per lavoro o scelta personale, entrano in contatto con persone migranti.
Un caso emblematico citato nel report riguarda la nave Ocean Viking, per la quale le sanzioni imposte tra il 2023 e il 2024 hanno comportato oltre 500 giorni complessivi di fermo operativo e più di un milione di euro di costi aggiuntivi. In diversi casi, tuttavia, le sanzioni sono state successivamente annullate dai tribunali, evidenziando la fragilità del fondamento giuridico di molte misure adottate.
Il fenomeno non riguarda solo l’Italia.
In Grecia, un richiedente asilo sudanese è stato detenuto per mesi con l’accusa di traffico di esseri umani dopo aver preso il timone di un’imbarcazione per evitare che affondasse, venendo poi assolto.
In Francia, un’attivista è stata sottoposta a interrogatori e perquisizioni per il suo lavoro con minori stranieri non accompagnati, mentre un’organizzazione locale è stata messa sotto pressione per aver contestato decisioni amministrative legate ai diritti delle persone migranti.
Anche in Spagna e Polonia emergono casi simili, con accuse rivolte a cittadini e volontari che hanno semplicemente trasportato o assistito persone migranti in difficoltà.
Il report segnala inoltre forme crescenti di pressione indiretta. Tra queste rientrano il rifiuto di accreditamento per alcune organizzazioni, come avvenuto in Francia nei confronti di un’associazione legata alla rete Emmaüs, e la crescente difficoltà di registrazione per le ONG in Grecia. In altri casi si osservano attacchi pubblici da parte di esponenti politici, minacce di controlli amministrativi e campagne di delegittimazione. In Grecia, ad esempio, alcune organizzazioni legali che assistono persone migranti sono state pubblicamente attaccate da membri del governo dopo aver presentato ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. In Ungheria, invece, ONG e associazioni per i diritti umani sono state accusate di far parte di reti di “pro migrazione”, in un contesto di crescente restrizione dello spazio civico.
Nel complesso, il report evidenzia come la criminalizzazione della solidarietà non si limiti ai procedimenti giudiziari, ma si estenda a un sistema più ampio di sanzioni, pressioni amministrative e delegittimazione pubblica. Questo insieme di pratiche produce un forte effetto deterrente, che riduce la capacità di intervento della società civile e limita l’accesso delle persone migranti a forme di supporto essenziali.
Nonostante la maggior parte dei procedimenti si concluda con assoluzioni, i tempi lunghi dei processi e i costi legali contribuiscono a un impatto significativo su chi viene coinvolto. Il report conclude che, senza un chiaro riconoscimento giuridico della solidarietà umanitaria, il rischio è quello di consolidare un modello in cui l’assistenza alle persone migranti viene sempre più trattata come una forma di reato.









