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Nell’assedio di Tiro, città millenaria che rischia di sparire

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26 giugno 2026 - Ilaria Romano
Nel cuore di Tiro, l’ospedale Jabal Amel è tra gli ultimi presidi sanitari ancora operativi mentre arrivano feriti, molti dei quali bambini colpiti nei recenti attacchi. La città, patrimonio millenario e principale centro del sud del Libano, è sottoposta a continui ordini di evacuazione e bombardamenti sempre più estesi. Colpiti anche operatori sanitari e soccorritori, in un contesto segnato da attacchi ripetuti e strategie che rendono il soccorso estremamente pericoloso. Infrastrutture, radio locali e collegamenti vengono distrutti o interrotti, mentre la popolazione continua a spostarsi senza trovare luoghi sicuri. Tra paura e distruzione, emergono anche forme di resistenza civile e sociale, come iniziative di accoglienza e progetti sportivi per i più giovani.

Nell’ospedale Jabal Amel di Tiro, uno dei pochi ancora operativi nel sud del Libano, Adeel siede ai piedi del letto di suo figlio dodicenne, ricoverato insieme alla sorella a seguito di uno dei recenti attacchi israeliani. Ha entrambe le gambe fratturate in più punti, e dovrà subire un intervento chirurgico complesso non appena le sue condizioni si saranno stabilizzate.

“Adesso è troppo debole – spiega l’uomo – dobbiamo aspettare che riprenda un po’ le forze”.

Il bambino ha la testa fasciata, lo sguardo nel vuoto, il viso e le braccia segnati da decine di piccole ferite. In terapia intensiva c’è sua sorella, anche lei colpita nello stesso attacco.

“Hanno provato a svegliarla – dice Adeel – ma poi l’hanno riaddormentata ed è tuttora in coma. È successo venerdì, ero uscito per andare in moschea, loro volevano restare a casa”.

Mentre lui andava a pregare, sono ricominciati i raid e quando è tornato la casa non c’era più. Spazzata via da un missile. I due bambini sono rimasti intrappolati sotto le macerie finché i soccorritori e alcuni abitanti del quartiere non sono riusciti a tirarli fuori, gravemente feriti ma vivi.

Negli ultimi giorni la città di Tiro, oltre tremila anni di storia e un patrimonio archeologico inestimabile, oltre che il più grande centro abitato del sud del Libano, è oggetto di continui ordini di evacuazione che hanno coinvolto zone sempre più ampie e centrali, fino a includere anche il quartiere cristiano, l’unico ad essere stato finora “risparmiato” dall’azione di missili e droni. Haret al-Masihiyin, nella parte nord del piccolo promontorio che si affaccia sul mare e che include la parte più antica del porto, era rimasto l’ultimo posto sicuro della città, dove centinaia di famiglie, evacuate per l’ennesima volta prima dai villaggi vicini e ultimamente dagli altri quartieri della città, avevano scelto di spostarsi. Oggi nessun luogo qui è sicuro.

Le chiese ortodossa, maronita e greco melchita di Tiro hanno lanciato un appello alla comunità internazionale affinché agisca per proteggere la città vecchia dalla devastazione e i suoi abitanti dalla morte, ma gli attacchi non si sono mai fermati, anzi, gli israeliani hanno colpito il centro città con una violenza e una frequenza mai raggiunta prima.

Gli ordini di evacuazione, ammesso che arrivino prima dei missili, si possono trovare su X, il social media più usato dal portavoce dell’esercito israeliano che aggiorna la mappa dei prossimi obiettivi evidenziando in rosso le aree che saranno colpite. Quartieri residenziali, con all’interno scuole, uffici, case, negozi, cimiteri, aree archeologiche, persino campi di sfollati provenienti da altre zone precedentemente colpite, nei villaggi del Sud. Messaggi di allerta che suonano come l’ennesima presa in giro per chi vive come un bersaglio umano, che esortano a prendere le distanze da Hezbollah e a spostarsi dalla propria casa che sta per essere distrutta, per non rischiare la vita.

L’assedio di una popolazione stremata, spinta a lasciare la sua terra, accalcarsi sempre più a nord, e dover cambiare posto periodicamente, è diventata una tattica di guerra per terrorizzare, come il ronzio perenne dei droni di ricognizione, in grado di identificare chiunque, e di mirare con precisione e senza alcun preavviso, a un’auto, un motorino, un’ambulanza.

Guidare un mezzo di soccorso da queste parti è diventata una delle attività più pericolose, perché il personale sanitario è sempre un target. I paramedici uccisi dall’inizio di questa nuova escalation militare sono più di 130, e ciascuna di queste morti è stata un attacco deliberato a soccorritori identificabili che stavano prestando aiuto a dei feriti o si stavano recando sul luogo di un’esplosione. Molti di loro sono state vittime dei cosiddetti double tap, gli attacchi che si susseguono al primo scoppio, in attesa che altra gente accorra a prestare aiuto, per massimizzare il numero di morti e impedire che i feriti abbiano la possibilità di salvarsi.

Il primo giugno scorso un missile ha colpito e distrutto un palazzo e il parcheggio di fronte all’ospedale Jabal Amel, sempre pieno di gente che aspetta di avere notizie dei propri cari ricoverati. Sono morte 4 persone e altre 127 sono state ferite. La struttura è rimasta in funzione ma ha subito un blackout temporaneo e l’impatto ha distrutto porte e finestre delle stanze che affacciavano sul retro.

“Dall’inizio della nuova escalation la nostra città è sempre stata un punto di riferimento per tutto il Sud – spiega Alwan Charafeddine, vicesindaco e fondatore della storica radio Sawt el Farah, che sin dall’inizio ha raccontato i crimini di guerra attraverso le voci della società civile – soprattutto nell’accoglienza degli sfollati provenienti dai centri abitati più piccoli che sono stati evacuati. Abbiamo cercato di fare del nostro meglio per fornire tutto ciò che potesse servire a chi arrivava da altre località e a chi aveva perso tutto qui a Tiro”.

Charafeddine si divide oggi fra il lavoro nella municipalità, che è diventato prettamente umanitario, e quello della radio, che continua a trasmettere in streaming dopo che un attacco ne ha raso al suolo la sede.

“Il palazzo è imploso su sé stesso – ricorda mostrando il video del bombardamento e del successivo crollo che conserva nella galleria dello smartphone – la mia collega era riuscita a salvare dalle macerie una parte del nostro archivio, qualche vecchio album fotografico. Ma poi è andato tutto perduto insieme a lei”.

Ghada Dayekh, così si chiamava una delle voci di punta dell’emittente, è morta sotto un altro bombardamento, in casa sua, l’8 aprile scorso. “Lavorava con me da 37 anni – ricorda Charafeddine – era come una sorella. Anche per lei cerchiamo di continuare a raccontare quello che sta accadendo, e so che un giorno ricostruiremo anche la nostra radio”.

Il vicesindaco non si è mai allontanato da Tiro, e non intende farlo oggi. “Se ce ne andiamo tutti – dice – chi vuole occupare questa terra avrà vinto. Provano in tutti i modi a isolarci, come quando avevano distrutto il ponte sulla strada principale. Lo abbiamo ripristinato”.

Il ponte di cui parla è quello Qasmiyeh, 15 kn più a nord sul fiume Litani, fatto saltare in aria per tagliare i collegamenti lungo la principale arteria costiera che collega il paese. Un ammasso di ferro giace nel terreno, mentre le ruspe hanno lavorato per giorni, dopo il primo cessate il fuoco, per spostare quintali di terra e ricostruire un passaggio sul corso d’acqua.

Poco prima uno sguarnito check point dell’esercito libanese controlla gli ingressi, e poco più avanti, in una piazzola a bordo strada, il giovane titolare di un furgoncino attrezzato con la macchina del caffè serve i suoi clienti. “Quella era la mia macchina – dice indicando una carcassa carbonizzata pochi metri più in là – l’ho vista prendere fuoco davanti ai miei occhi, è stato solo un caso che non sia morto anch’io”.

Una scheggia è finita sul retro del camioncino lasciando un buco nella carrozzeria, e sfiorando la sua schiena. “Ogni giorno può toccare a chiunque – dice – poco fa un drone ha distrutto un’auto, un paio di chilometri più avanti”.

Centinaia di ex sfollati, illusi dalla tregua siglata il 16 aprile, sono rientrati. Alcuni sono fuggiti di nuovo, ma la maggior parte si sposta da una zona all’altra della città ma resta a Tiro. Spesso la notte ci si rifugia sulla spiaggia, di giorno si torna a casa. In mezzo all’incertezza e alla paura, c’è chi come Ali Nema, presidente del Salam Athletic Club, ha deciso di tornare dall’estero per non assistere impotente alla distruzione del suo paese. “Avendo molti centri di accoglienza qui in città ho pensato che la cosa più utile potesse essere un’associazione che coinvolgesse bambini e ragazzi nello sport. I nostri giovani vivono nella paura costante, hanno perso la scuola, molti di loro hanno subito dei lutti in famiglia, non hanno più punti di riferimento. E a volte serve aiutarli a dimenticare per un attimo tutto questo”.

La sua associazione oggi conta una sessantina di operatori, tutti volontari, non solo provenienti dal mondo dello sport, ma anche educatori e psicologi. “Non riceviamo fondi pubblici e non abbiamo alcun supporto dalle grandi Ong – spiega – ma solo donatori privati, amici che conosco personalmente e che si sono appassionati al progetto. L’ultima attività realizzata è stata un torneo di calcio: abbiamo formato una squadra per ogni centro di accoglienza, scegliendo di creare legami quando c’è chi spera in un Libano diviso, e pertanto incapace di reagire compatto alla guerra. Vogliamo credere che non sia così”.

 

[Immagine di copertina. Foto di Ilaria Romano]

Etichettato con:guerra, Libano, Tiro

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