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Homepage >> Approfondimento >> Regolarizzare le persone migranti per supportare l’economia

Regolarizzare le persone migranti per supportare l’economia

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21 gennaio 2026 - Sara Gherardi
Ripensare la regolarizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori provenienti da Paesi extra-UE significa riconoscere il loro valore aggiunto in termini sociali, demografici, ed economici, investendo sull’integrazione verso uno sviluppo sostenibile basato su formazione, lavoro e famiglia.

Spagna: lavoratori migranti e crescita economica

L’economia spagnola si conferma in crescita anche nel 2025, con un PIL in aumento al 2,9%, in linea con la crescita del 3% dell’anno precedente. Ne consegue che il tasso di disoccupazione, pur rimanendo il più alto in UE, è ai minimi storici dal 2008 (10,29%) e le persone a rischio povertà sono 12,5 milioni, la cifra più bassa dal 2014.

Al centro, ci sono sicuramente la buona gestione dei fondi dell’UE, l’aumento di investimenti dall’estero e le riforme del mercato del lavoro. Ma non basta – uno studio del Financial Times ha rivelato che il fattore determinante per questa crescita di spicco è proprio la gestione più liberale dell’immigrazione voluta da Sánchez dal 2022.

Settori chiave che hanno dato vita a molti posti di lavoro sono stati il turismo e le energie rinnovabili, ma restano fondamentali anche la sanità, l’edilizia e l’agricoltura – e il 75% di queste posizioni vacanti sono state riempite da persone migranti o con doppia cittadinanza.

Il Primo Ministro spagnolo ha scelto infatti di investire sull’integrazione delle persone migranti per sostenere la crescita demografica e, di conseguenza, l’economia e il sistema di welfare nel Paese. Dal 2022, la popolazione è aumentata di 1,6 milioni proprio grazie all’immigrazione, e in chiusura del 2024 Sánchez ha confermato questa direzione con l’approvazione di una riforma che è entrata in vigore a maggio 2025 e che mira a regolarizzare 300.000 persone l’anno, fino al 2027.

Come? Il Real Decreto n. 1155/2024, entrato in vigore il 20 maggio 2025, rende più rapide e semplici le procedure legali e amministrative per il rilascio dei permessi di lavoro e di soggiorno, permettendo alle persone immigrate di registrarsi sia come lavoratori autonomi sia come dipendenti e rafforzando le tutele in materia di diritti del lavoro.
In particolare, la riforma prevede la riduzione del periodo minimo di residenza dai tre ai due anni per accedere a cinque tipi di integrazione (arraigo) – sociale, socio-lavorativo, familiare, socio educativo e la cosiddetta “seconda opportunità”, nel caso in cui il permesso di soggiorno è già scaduto e non sia stato rinnovato. Inoltre, il visto per ricerca occupazione viene prolungato da tre mesi a un anno e diventa più facile sia accedere a un permesso per lavoro stagionale, che convertire un permesso di studio in permesso di lavoro.

Questa strategia per l’inclusione e l’integrazione risulta basata su tre pilastri – formazione, occupazione e famiglia – e mira a supportare la crescita economica e la sostenibilità del welfare spagnolo nel prossimo decennio.

La realtà della regolarizzazione in Italia

I numeri in riferimento all’Italia sono ben diversi. Nel 2024, i permessi di lavoro rilasciati sono stati 40.451, di cui poco più dell’1,1% per lavoro autonomo e il 7,9% per ricerca lavoro.

Il meccanismo ufficiale per il rilascio di permessi di lavoro a persone migranti è regolato da Decreti pluriennali del Presidente della Repubblica, che ne stabiliscono le quote, e decreti legge annuali, i cosiddetti Decreti Flusso, che ne definiscono le modalità di richiesta.

È importante sottolineare che non si tratta di regolarizzare persone già presenti sul territorio, quanto di persone che dal loro Paese d’origine prendono accordi con datori di lavoro in Italia e si imbarcano in una procedura burocratica complicata e tortuosa, che si concluderà con l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno solo una volta arrivati in Italia. “Eventuale” perché i monitoraggi condotti all’interno della campagna Ero Straniero mostrano risultati insufficienti e preoccupanti.

Queste quote coprono il settore turistico e il settore stagionale agricolo, e solo a partire dal 2023 anche i comparti della meccanica, della cantieristica navale, delle telecomunicazioni, dell’alimentare e dell’assistenza familiare e socio-sanitaria. Le tipologie di contratto possibili comprendono il lavoro autonomo, il lavoro stagionale e il lavoro subordinato non stagionale.

Questo sistema presenta varie criticità – da un passaggio burocratico al successivo, si creano grandi margini di richieste che non proseguono nel processo, risultando alla fine in migliaia di posti di ingresso per lavoro disponibili che non vengono goduti.

In particolare, le domande presentate nei click day è di gran lunga superiore alle quote fissate. Esiste inoltre un ampio margine tra le quote fissate e quelle effettivamente lavorate ed assegnate dagli Uffici del Ministero del Lavoro; di quelle assegnate, per poco piu’ della metà viene rilasciato il nulla osta. Di queste, quasi la metà risulta in esito negativo, per rigetto, revoca, rinuncia o archiviazione. Infine, tra le poche migliaia di persone che effettivamente riescono ad ottenere il nulla osta, molte non faranno mai ingresso in Italia a causa delle difficoltà nel rilascio del visto da parte delle Ambasciate presenti nei Paesi d’origine, a causa di ritardi, rigetti, o revoche.

Fonte: Ero Straniero (2025), Monitoraggio decreti flussi 2023-2024 – Lunghe attese e irregolarità: neanche “ritoccato”, il decreto flussi funziona, Fabrizio Coresi (ActionAid), Francesco Mason (ASGI), Marina De Stradis e Camilla Siliotti (A Buon Diritto), Giulia Gori (FCEI), Sara Albiani e Chiara Trevisan (Oxfam), 10 febbraio 2025.

Alla fine di questo lunghissimo iter burocratico, la richiesta del permesso di soggiorno per lavoro deve avvenire direttamente in Italia, accompagnati dal datore di lavoro. Anche in questo caso, il tasso di conversione risulta molto basso.

Fonte: Ero Straniero (2025), Monitoraggio decreti flussi 2023-2024 – Lunghe attese e irregolarità: neanche “ritoccato”, il decreto flussi funziona, Fabrizio Coresi (ActionAid), Francesco Mason (ASGI), Marina De Stradis e Camilla Siliotti (A Buon Diritto), Giulia Gori (FCEI), Sara Albiani e Chiara Trevisan (Oxfam), 10 febbraio 2025.

Tra il 2026 e il 2028, si prevedono quote di ingresso così ripartite: 64.850 per l’anno 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028. Tuttavia, se si confermasse il trend relativo al tasso di successo di questa complicata procedura registrato nel 2023, ogni anno verrebbero regolarizzate meno del 10% delle persone che ne avrebbero diritto, integrando nel triennio poco meno di 30.000 lavoratrici e lavoratori.

Per quanto riguarda, invece, i lavoratori irregolari già presenti sul territorio, nel 2020 è stata tentata una “sanatoria”, ovvero una strategia di regolarizzazione straordinaria. Questa misura prevedeva una finestra di tempo in cui i datori di lavoro potevano presentare istanza di emersione di lavoro irregolare, per richiederne la regolarizzazione.

La campagna Ero Straniero ha presentato alla fine del 2024 un bilancio di questa strategia a quattro anni dalla sua implementazione, riportando ancora una volta risultati insufficienti e facendo emergere le complessità del sistema. Il tasso di successo si è attestato intorno al 59%, con il rilascio di 130.100 permessi di soggiorno a fronte delle 220.528 istanze presentate. Secondo i dati disponibili a giugno 2024, il 25,2% delle domande erano ancora in attesa di un riscontro definitivo.

Tra le principali criticità emerse, troviamo, da una parte la tassatività dei comparti produttivi di applicazione della sanatoria, che ne ha limitato fortemente i settori di applicazione, e dall’altro gravi ritardi e inefficienza da parte degli Uffici dei Ministeri competenti per l’esame delle domande.

Conclusioni

Il confronto tra Spagna e Italia mostra con chiarezza come la regolarizzazione delle persone migranti, basata sull’inclusione e il lavoro, è uno strumento centrale e necessario di politica economica, demografica e sociale.

L’esperienza spagnola dimostra che procedure accessibili, tempi certi e un approccio basato su formazione e inclusione producono risultati concreti: crescita economica sostenuta, maggiore partecipazione al mercato del lavoro, rafforzamento del sistema di welfare e riduzione dell’irregolarità. Al contrario, il modello italiano, fondato su quote rigide e iter burocratici complessi genera aspettative disattese. Infatti, a fronte di centinaia di migliaia di domande e di un fabbisogno reale di manodopera in numerosi settori, solo una minima parte delle persone riesce effettivamente a ottenere un permesso di soggiorno e a lavorare regolarmente.

Ripensare la regolarizzazione delle persone migranti in Italia significa riconoscere il valore aggiunto delle lavoratrici e dei lavoratori provenienti da Paesi extra-UE e investire sull’integrazione per sostenere l’economia, spostando l’attenzione dall’eccezionalità delle sanatorie a un modello stabile e ordinario di inclusione, capace di intercettare chi già vive, lavora e contribuisce all’economia del Paese.
In questo senso, l’esempio spagnolo offre indicazioni preziose: semplificazione amministrativa, ampliamento delle tipologie di regolarizzazione, centralità del lavoro e della famiglia come fattori di integrazione.

In un’Europa sempre più segnata da politiche restrittive e narrative emergenziali sull’immigrazione, la scelta di investire nella regolarizzazione può rappresentare una risposta concreta alle sfide economiche e sociali del prossimo decennio. Per l’Italia, si tratta di una scelta non solo possibile, ma ormai indispensabile.

 

Immagine di copertina via Unsplash

Etichettato con:decreto flussi, Italia, lavoro, migrazione, regolarizzazione, sanatoria, Spagna

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