L’Unione europea compie un passo decisivo verso un sistema migratorio più restrittivo. Oggi il Parlamento europeo riunito a Strasburgo ha dato il suo via libera finale al Regolamento per il Rimpatri con un’ampissima maggioranza di 418 voti a favore, 218 contro e 30 astenuti. Il testo legislativo è sostenuto ancora una volta da una maggioranza di estrema destra e destra che va dal gruppo delle Nazioni sovrane europee (ESN) dove siede Roberto Vannacci, al gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), dove siedono i deputati di Fratelli d’Italia per arrivare a tutto il Partito popolare europeo, di cui fanno parte i deputati di Forza Italia.
L’obiettivo dichiarato è aumentare il numero dei rimpatri effettivi dei cittadini di Paesi terzi che non hanno più il diritto di soggiornare nell’Unione, semplificando e uniformando le procedure tra gli Stati membri.
I dati della Commissione europea indicano che nel 2025 il tasso di rimpatrio effettivo è salito al 28%, il livello più alto dell’ultimo decennio, ma oltre sette persone su dieci destinatarie di un ordine di espulsione sono rimaste comunque sul territorio europeo.
Per Bruxelles, la risposta consiste in procedure più rapide e in una maggiore cooperazione tra gli Stati membri. Il nuovo regolamento introduce infatti un “ordine europeo di rimpatrio” riconosciuto in tutta l’Unione, riducendo la necessità di avviare nuove procedure quando una persona si sposta da uno Stato membro a un altro. Le autorità nazionali di un Paese avranno quindi la possibilità di eseguire un rimpatrio di una persona che si trova sul suo territorio eseguendo un ordine di rimpatrio emesso da un altro Stato membro.
Tra le novità c’è anche l’inasprimento delle misure coercitive prima del rimpatrio. Le persone considerate a rischio di fuga potranno essere trattenute per periodi più lunghi in vista del rimpatrio. Il testo concordato amplia anche le possibilità di detenzione preventiva e introduce regole particolarmente severe per chi viene classificato come una minaccia alla sicurezza pubblica. Anche minori non accompagnati e famiglie con minori possono essere “in ultima istanza” fermati.
Il periodo di detenzione prima del rimpatrio passa dai 18 mesi attuali a 24 mesi, con una possibile proroga di sei mesi qualora le circostanze cambino. Le persone rimpatriate hanno inoltre un divieto di ingresso in Ue per 10 anni, estendibile a un massimo di 20 anni per ragioni “circostanziate” e quando considerato “necessario”.
L’elemento centrale del nuovo regolamento sono però i cosiddetti “return hubs”, centri di rimpatrio situati in Paesi terzi al di fuori dell’Unione europea. Questa misura sarà applicabile immediatamente, dopo l’entrata in vigore del testo. Il regolamento apre infatti alla possibilità di trasferire migranti destinatari di un provvedimento di espulsione verso i centri – per la prima volta anche in Stati con cui non esiste un legame personale diretto del migrante da rimpatriare.
La misura era stata fortemente sostenuta da diversi governi europei, tra cui l’Italia, i cui rappresentanti hanno avuto una serie di incontri preparatori col relatore del Parlamento Ue, il liberale del gruppo Renew Malik Azmani. Danimarca, Austria e Grecia hanno già colloqui con paesi terzi sui centri di rimpatrio, mentre Germania e Paesi Bassi hanno affermato che avranno dei piani definitivi già entro la fine del 2026.
Secondo quanto riportato dall’agenzia francese AFP, al momento le discussioni preliminari sui centri di rimpatrio si sono concentrate su dodici stati terzi: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia.
Per i sostenitori della riforma, i centri esterni consentirebbero di superare uno dei principali ostacoli alle espulsioni: la difficoltà di ottenere la collaborazione dei Paesi d’origine. Il commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner ha assicurato che eventuali hub saranno sottoposti a controlli e “dovranno rispettare il diritto internazionale e i diritti fondamentali”. Ma come ha spiegato ad Open Migration Silvia Carta, advocacy officer della Ong Platform for Undocumented Migrants (PICUM), “Il testo del regolamento non afferma esplicitamente che l’adesione a trattati internazionali sia un requisito, ma parla di “rispettare” gli standard e i principi dei diritti umani in conformità con il diritto internazionale”.
“È molto improbabile che ciò venga rispettato nella pratica, poiché gli Stati membri mantengono la discrezionalità sui propri accordi e devono solo notificare alla Commissione o ad altri Stati membri”, ha aggiunto Carta. “Probabilmente sarà necessario l’intervento della Corte per invalidare tali accordi, ma ciò richiede tempo e risorse e avverrà solo dopo che si saranno verificate delle violazioni”.
Anche altre organizzazioni non governative temono che i centri possano trasformarsi in strutture di detenzione di lungo periodo, collocate in Paesi con standard di diritti umani inferiori a quelli europei. “Questo regolamento porterà alla separazione delle famiglie e all’arresto e al rimpatrio di adulti e bambini in paesi che nemmeno conoscono, tutto a causa del passaporto con cui sono nati. Le scene che hanno indignato gli europei negli Stati Uniti rischiano di diventare la norma a Bruxelles, Berlino, Roma e altrove”, ha dichiarato Silvia Carta.
L’articolo 23 del testo introduce l’estensione dei poteri delle autorità nazionali, compresa la possibilità di effettuare controlli più invasivi “nel luogo di residenza o in altri rilevanti locali” delle persone da rimpatriare e di ricorrere più facilmente alla detenzione amministrativa. Questo, secondo un comunicato della Ong Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati (ECRE), potrà accadere anche “nelle case dei loro parenti e nei centri di accoglienza gestiti da organizzazioni umanitarie”. Tali misure rappresentano una pericolosa escalation nella securitizzazione e criminalizzazione della migrazione”.
“Con il via libera al nuovo Regolamento Rimpatri, l’Unione Europea compie un passo storico: più identificazioni, più rimpatri e apertura ai centri per il rimpatrio nei Paesi terzi, seguendo la strada indicata dall’Italia. Quello che la sinistra contestava e molti consideravano impossibile oggi diventa una soluzione europea “, ha dichiarato il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza.
“Di nuovo si è deciso di barattare i diritti dei più vulnerabili con l’illusione di una maggior sicurezza. Quelle previste dal nuovo Regolamento sono vere e proprie pratiche di deportazioni che non tengono conto della tutela dei diritti delle persone”, ha dichiarato invece in comunicato la delegazione del Partito democratico. “Questa operazione ci renderà soltanto ancora più ricattabili da quei Paesi a cui appalteremo la gestione di un fenomeno da governare con serietà e non con la propaganda”.
Il nuovo regolamento per entrare in vigore dovrà essere approvato nelle prossime settimane formalmente anche dai ministri degli interni degli Stati membri riuniti nel Consiglio Ue.









